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Ebbene, Signore, agisci, svegliaci e richiamaci, accendi e rapisci, ardi, sii dolce. Amiamo, corriamo. Non è forse vero che molti risalgono a te da un Tartaro di cecità ancora più profondo di Vittorino? Eppure si avvicinano e sono illuminati al ricevere la tua luce, e quanti la ricevono, ricevono da te il potere di divenire tuoi figli. Ora, se costoro sono poco conosciuti dalla gente, anche quanti li conoscono gioiscono poco per loro. Una gioia condivisa con molti è più abbondante anche per ciascuno. Ci si riscalda e accende a vicenda, e poi la grande notorietà avvalora ed estende a un grande numero di persone il richiamo alla salvezza. Ci si avvia, e molti seguiranno. Perciò molto ne gioiscono anche coloro che si sono mossi per primi, poiché non gioiscono soltanto per sé. Lungi da me il pensiero che nella tua tenda vengano accolti meglio dei poveri i personaggi ricchi, o meglio dei vili i nobili. Anzi, tu hai scelto la debolezza del mondo per sgominare la forza, hai scelto la viltà di questo mondo e il disprezzo, ciò che è nulla come se fosse qualcosa, per abolire ciò che è. Tuttavia proprio quell’ultimo fra i tuoi apostoli, della cui lingua ti servisti per far risuonare queste parole, allorché ebbe debellato con le sue armi la superbia del proconsole Paolo, e l’ebbe fatto passare sotto il giogo lieve del tuo Cristo, rendendolo suddito oscuro di grande re, volle egli pure chiamarsi anziché Saulo come innanzi, Paolo, quasi a emblema di così grande vittoria. Invero è più grave la sconfitta del nemico in chi tiene più saldamente e con cui tiene un maggior numero di altri; ed egli tiene più saldamente, mediante il prestigio della nobiltà, i superbi, con cui poi tiene un maggior numero di altri mediante il prestigio dell’autorità. Quanto più gradita era dunque la visione del cuore di Vittorino, già tenuto dal diavolo come una ridotta inespugnabile, e della lingua di Vittorino, già impiegata come un dardo poderoso e acuminato per la morte di molti, tanto più abbondante doveva essere l’esultanza dei tuoi figli. Il nostro re aveva incatenato il forte e davanti ai loro occhi i suoi arnesi divenivano mondi, atti a rendere onore a te, servizio al Signore per ogni opera buona.

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