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A me però era ormai caduto dalla memoria il proposito di agire su di lui per impedire alla sua passione cieca e irruente degli spettacoli insulsi di stroncare disposizioni tanto buone. Ma non tu, Signore, che governi il timone di ogni tua creatura, avevi dimenticato come dovesse diventare pontefice del tuo sacramento fra i tuoi figli; e perché il suo ravvedimento fosse ascritto inequivocabilmente a te, lo attuasti per mio tramite, ma senza un mio proposito. Un giorno sedevo al mio solito posto, gli allievi di fronte a me, quando entrò, salutò, sedette e cominciò a seguire la trattazione in corso. Io tenevo per caso fra mano un testo, e nel commentarlo pensai bene di trarre un paragone dai giochi del circo per rendere più piacevole e chiara l’idea che volevo inculcare, schernendo mordacemente le vittime di quella follia. Allora, tu sai, Dio nostro, non pensavo a guarire Alipio dalla sua peste; senonché egli si appropriò delle mie parole come se le avessi pronunciate espressamente per lui; e se altri ne avrebbe tratto motivo di risentimento verso di me, quel giovane virtuoso ne trasse motivo di risentimento verso di sé e d’amore più ardente verso di me. Tu avevi detto un tempo e inserito nelle tue Scritture queste parole: Rimprovera il saggio, ed egli ti amerà ; ma io non avevo rimproverato quel giovane. Tu invece, che ti servi di tutti, coscienti o incoscienti, secondo l’ordinato disegno da te conosciuto, e giusto disegno, facesti del mio cuore e della mia lingua altrettanti carboni ardenti per cauterizzare la piaga devastatrice di quell’anima ricca di buone speranze, e guarirla. Non canti le tue lodi chi non riconosce gli atti della tua commiserazione; essi ti rendono merito dalle più intime fibre del mio essere. Alipio, dunque, dietro il suono di quelle parole si gettò fuori dalla fossa profondissima, in cui affondava compiaciuto e con strano diletto si privava della luce; scosse il suo spirito con vigorosa temperanza, e ne schizzarono lontano tutte le sozzure del circo, ove non mise più piede; quindi, vincendo le resistenze del padre, mi prese per maestro. Il padre non dissentì, anzi acconsentì, e Alipio, tornando a frequentare le mie lezioni, cadde con me nella rete delle superstizioni manichee. Nei manichei ammirava l’austerità che ostentavano e che invece credeva reale e genuina, mentre era un’esca insana per accalappiare le anime valorose ancora incapaci di attingere le vette della virtù e inclini a lasciarsi ingannare dall’esteriorità di una virtù solo adombrata e finta.

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