Iliade — Libro I — Monti e parafrasi a confronto

Omero · Iliade

Libro I

La traduzione di Vincenzo Monti (1810) a fronte di una parafrasi in italiano contemporaneo, blocco per blocco.

Monti, 1810 Parafrasi contemporanea
vv. 1-14 “Cantami, o Diva, del Pelìde Achille…”

Monti

Cantami, o Diva, del Pelìde Achille
l'ira funesta che infiniti addusse
lutti agli Achei, molte anzi tempo all'Orco
generose travolse alme d'eroi,
e di cani e d'augelli orrido pasto
lor salme abbandonò (così di Giove
l'alto consiglio s'adempìa), da quando
primamente disgiunse aspra contesa
il re de' prodi Atride e il divo Achille.
E qual de' numi inimicolli? Il figlio
di Latona e di Giove. Irato al Sire
destò quel Dio nel campo un feral morbo,
e la gente perìa: colpa d'Atride
che fece a Crise sacerdote oltraggio.

Parafrasi

Cantami, o dea, l'ira funesta di Achille, figlio di Peleo: quell'ira che portò lutti senza fine agli Achei e scagliò nell'Ade tante anime forti di eroi, lasciando i loro corpi in pasto ai cani e agli uccelli — così si compiva il volere di Giove — da quando per la prima volta la lite divise il re dei prodi Atride e il divino Achille.

E quale dio li mise l'uno contro l'altro? Il figlio di Latona e di Giove. Adirato con il re, Apollo scatenò nell'accampamento una pestilenza terribile, e la gente moriva: colpa di Agamennone, che aveva oltraggiato il sacerdote Crise.

vv. 15-29 “Degli Achivi era Crise alle veloci…”

Monti

Degli Achivi era Crise alle veloci
prore venuto a riscattar la figlia
con molto prezzo. In man le bende avea,
e l'aureo scettro dell'arciero Apollo:
e agli Achei tutti supplicando, e in prima
ai due supremi condottieri Atridi:
O Atridi, ei disse, o coturnati Achei,
gl'immortali del cielo abitatori
concedanvi espugnar la Prïameia
cittade, e salvi al patrio suol tornarvi.
Deh mi sciogliete la diletta figlia,
ricevetene il prezzo, e il saettante
figlio di Giove rispettate. - Al prego
tutti acclamâr: doversi il sacerdote
riverire, e accettar le ricche offerte.

Parafrasi

Crise era venuto alle svelte navi achee per riscattare sua figlia, portando un ricco prezzo. In mano aveva le bende sacre e lo scettro d'oro di Apollo, e supplicava tutti gli Achei, in particolare i due comandanti supremi, gli Atridi:

"Atridi, e voi tutti Achei dai robusti schinieri: che gli dèi dell'Olimpo vi concedano di espugnare la città di Priamo e di tornare sani e salvi in patria. Ma restituitemi la figlia amata, accettate il riscatto, e rispettate Apollo, il dio dell'arco."

Tutti gli altri approvarono a gran voce: bisognava rispettare il sacerdote e accettare il ricco dono.

vv. 30-41 “Ma la proposta al cor d'Agamennóne…”

Monti

Ma la proposta al cor d'Agamennóne
non talentando, in guise aspre il superbo
accommiatollo, e minaccioso aggiunse:
Vecchio, non far che presso a queste navi
ned or né poscia più ti colga io mai;
ché forse nulla ti varrà lo scettro
né l'infula del Dio. Franca non fia
costei, se lungi dalla patria, in Argo,
nella nostra magion pria non la sfiori
vecchiezza, all'opra delle spole intenta,
e a parte assunta del regal mio letto.
Or va, né m'irritar, se salvo ir brami.

Parafrasi

Ma la cosa non piacque ad Agamennone, che lo cacciò via duramente, aggiungendo minacce:

"Vecchio, che io non ti trovi mai più vicino a queste navi, né ora né in futuro: non ti serviranno né lo scettro né le bende del dio. Tua figlia non la libero: invecchierà lontano dalla patria, ad Argo, nella mia casa, al telaio, e nel mio letto. Ora vattene, e non farmi arrabbiare, se vuoi tornartene salvo."

vv. 42-54 “Impaurissi il vecchio, ed al comando…”

Monti

Impaurissi il vecchio, ed al comando
obbedì. Taciturno incamminossi
del risonante mar lungo la riva;
e in disparte venuto, al santo Apollo
di Latona figliuol, fe' questo prego:
Dio dall'arco d'argento, o tu che Crisa
proteggi e l'alma Cilla, e sei di Tènedo
possente imperador, Smintèo, deh m'odi.
Se di serti devoti unqua il leggiadro
tuo delubro adornai, se di giovenchi
e di caprette io t'arsi i fianchi opimi,
questo voto m'adempi; il pianto mio
paghino i Greci per le tue saette.

Parafrasi

Il vecchio si spaventò e obbedì. Se ne andò in silenzio lungo la riva del mare rumoroso; e appartatosi, pregò così Apollo, figlio di Latona:

"Dio dall'arco d'argento, tu che proteggi Crisa e la sacra Cilla, tu che regni potente su Tenedo, ascoltami. Se mai ho ornato il tuo tempio di ghirlande, se mai ho bruciato per te grasse cosce di tori e di capre, esaudisci questo mio voto: che i Greci paghino il mio pianto con le tue frecce."

vv. 55-68 “Sì disse orando. L'udì Febo, e scese…”

Monti

Sì disse orando. L'udì Febo, e scese
dalle cime d'Olimpo in gran disdegno
coll'arco su le spalle, e la faretra
tutta chiusa. Mettean le frecce orrendo
su gli omeri all'irato un tintinnìo
al mutar de' gran passi; ed ei simìle
a fosca notte giù venìa. Piantossi
delle navi al cospetto: indi uno strale
liberò dalla corda, ed un ronzìo
terribile mandò l'arco d'argento.
Prima i giumenti e i presti veltri assalse,
poi le schiere a ferir prese, vibrando
le mortifere punte; onde per tutto
degli esanimi corpi ardean le pire.

Parafrasi

Così pregò. Apollo lo udì, e scese dalle cime dell'Olimpo pieno d'ira, con l'arco sulle spalle e la faretra ben chiusa. Le frecce tintinnavano sulle sue spalle a ogni passo, mentre lui avanzava simile alla notte. Si fermò davanti alle navi, scoccò una freccia, e l'arco d'argento mandò un ronzio terribile.

Colpì prima i muli e i cani veloci, poi cominciò a colpire gli uomini stessi con le sue frecce mortali; e ovunque ardevano i roghi dei cadaveri.

vv. 69-89 “Nove giorni volâr pel campo acheo…”

Monti

Nove giorni volâr pel campo acheo
le divine quadrella. A parlamento
nel decimo chiamò le turbe Achille;
ché gli pose nel cor questo consiglio
Giuno la diva dalle bianche braccia,
de' moribondi Achei fatta pietosa.
Come fur giunti e in un raccolti, in mezzo
levossi Achille piè-veloce, e disse:
Atride, or sì cred'io volta daremo
nuovamente errabondi al patrio lido,
se pur morte fuggir ne fia concesso;
ché guerra e peste ad un medesmo tempo
ne struggono. Ma via; qualche indovino
interroghiamo, o sacerdote, o pure
interprete di sogni (ché da Giove
anche il sogno procede), onde ne dica
perché tanta con noi d'Apollo è l'ira:
se di preci o di vittime neglette
il Dio n'incolpa, e se d'agnelli e scelte
capre accettando l'odoroso fumo,
il crudel morbo allontanar gli piaccia.

Parafrasi

Per nove giorni le frecce divine colpirono l'accampamento acheo. Il decimo giorno Achille convocò l'assemblea — glielo aveva suggerito Era, la dea dalle bianche braccia, mossa a pietà nel vedere morire gli Achei. Riuniti tutti, Achille dai piedi veloci si alzò e disse:

"Atride, credo che presto saremo di nuovo a vagare per tornare in patria — se riusciremo a scampare alla morte — perché guerra e peste insieme ci stanno distruggendo. Interroghiamo un indovino, un sacerdote, o un interprete di sogni (anche i sogni vengono da Giove), che ci dica perché Apollo è così adirato con noi: se ci rimprovera per preghiere o sacrifici trascurati, e se, offrendogli il profumo di agnelli e capre scelte, accetterà di allontanare questa peste crudele."

vv. 90-121 “Così detto, s'assise. In piedi allora…”

Monti

Così detto, s'assise. In piedi allora
di Testore il figliuol Calcante alzossi,
de' veggenti il più saggio, a cui le cose
eran conte che fur, sono e saranno;
e per quella, che dono era d'Apollo,
profetica virtù, de' Greci a Troia
avea scorte le navi. Ei dunque in mezzo
pien di senno parlò queste parole:
Amor di Giove, generoso Achille,
vuoi tu che dell'arcier sovrano Apollo
ti riveli lo sdegno? Io t'obbedisco.
Ma del braccio l'aita e della voce
a me tu pria, signor, prometti e giura:
perché tal che qui grande ha su gli Argivi
tutti possanza, e a cui l'Acheo s'inchina,
n'andrà, per mio pensar, molto sdegnoso.
Quando il potente col minor s'adira,
reprime ei sì del suo rancor la vampa
per alcun tempo, ma nel cor la cova,
finché prorompa alla vendetta. Or dinne
se salvo mi farai. - Parla securo,
rispose Achille, e del tuo cor l'arcano,
qual ch'ei si sia, di' franco. Per Apollo
che pregato da te ti squarcia il velo
de' fati, e aperto tu li mostri a noi,
per questo Apollo a Giove caro io giuro:
nessun, finch'io m'avrò spirto e pupilla,
con empia mano innanzi a queste navi
oserà vïolar la tua persona,
nessuno degli Achei; no, s'anco parli
d'Agamennón che sé medesmo or vanta
dell'esercito tutto il più possente.

Parafrasi

Detto questo si sedette. Si alzò allora Calcante, figlio di Testore, il più saggio degli indovini, che conosceva le cose presenti, passate e future, e che grazie a questo dono di Apollo aveva guidato le navi greche a Troia. Parlò con saggezza:

"Achille, amato da Giove, vuoi che ti riveli l'ira di Apollo? Te lo dirò. Ma prima devi promettermi e giurarmi che mi difenderai con le parole e con le armi. Temo che parlando mi attirerò l'ira di un uomo potentissimo fra gli Argivi, a cui tutti gli Achei obbediscono. Quando un potente si adira con uno più debole, anche se per un po' trattiene la rabbia, la cova dentro finché non si vendica. Dimmi se mi proteggerai."

Achille rispose: "Parla pure senza timore, e di' apertamente ciò che sai. Per Apollo, caro a Giove, a cui rivolgi le tue preghiere per svelarci i fati: finché avrò vita, nessuno tra gli Achei oserà farti violenza davanti a queste navi — nemmeno Agamennone, che si vanta di essere il più potente dell'esercito."

vv. 122-162 “Allor fe' core il buon profeta, e disse…”

Monti

Allor fe' core il buon profeta, e disse:
né d'obblïati sacrifici il Dio
né di voti si duol, ma dell'oltraggio
che al sacerdote fe' poc'anzi Atride,
che francargli la figlia ed accettarne
il riscatto negò. La colpa è questa
onde cotante ne diè strette, ed altre
l'arcier divino ne darà; né pria
ritrarrà dal castigo la man grave,
che si rimandi la fatal donzella
non redenta né compra al padre amato,
e si spedisca un'ecatombe a Crisa.
Così forse avverrà che il Dio si plachi.
Tacque, e s'assise. Allor l'Atride eroe
il re supremo Agamennón levossi
corruccioso. Offuscavagli la grande
ira il cor gonfio, e come bragia rossi
fiammeggiavano gli occhi. E tale ei prima
squadrò torvo Calcante, indi proruppe:
Profeta di sciagure, unqua un accento
non uscì di tua bocca a me gradito.
Al maligno tuo cor sempre fu dolce
predir disastri, e d'onor vote e nude
son l'opre tue del par che le parole.
E fra gli Argivi profetando or cianci
che delle frecce sue Febo gl'impiaga,
sol perch'io ricusai della fanciulla
Crisëide il riscatto. Ed io bramava
certo tenerla in signoria, tal sendo
che a Clitennestra pur, da me condutta
vergine sposa, io la prepongo, a cui
di persona costei punto non cede,
né di care sembianze, né d'ingegno
ne' bei lavori di Minerva istrutto.
Ma libera sia pur, se questo è il meglio;
ché la salvezza io cerco, e non la morte
del popol mio. Ma voi mi preparate
tosto il compenso, ché de' Greci io solo
restarmi senza guiderdon non deggio;
ed ingiusto ciò fôra, or che una tanta
preda, il vedete, dalle man mi fugge.

Parafrasi

Allora l'indovino si fece coraggio e parlò: "Apollo non si duole di sacrifici o voti dimenticati, ma dell'offesa che Agamennone ha fatto al suo sacerdote, rifiutando di liberare la figlia e di accettare il riscatto. Per questo il dio ci ha colpiti, e continuerà a farlo finché non restituiremo la fanciulla al padre, senza riscatto, e non manderemo a Crisa un'offerta solenne di cento buoi. Solo così forse si placherà."

Detto questo si sedette. Allora si alzò, corrucciato, il potente Agamennone: l'ira gli gonfiava il cuore e gli occhi gli fiammeggiavano come brace. Guardò torvo Calcante e sbottò:

"Profeta di sventure, non mi hai mai detto una parola gradita. Ti piace sempre predire disgrazie, e le tue parole non portano mai nulla di buono. E ora vieni a dire agli Achei che Apollo ci colpisce solo perché ho rifiutato il riscatto per Criseide — che io volevo tenermi, preferendola perfino a Clitennestra, mia sposa legittima, a cui non è affatto inferiore per bellezza, portamento o abilità. Ma va bene, la restituirò, se è meglio così: voglio la salvezza del mio popolo, non la sua rovina. Però preparatemi subito un altro compenso, perché io, tra tutti i Greci, non posso restare l'unico senza premio — sarebbe ingiusto, ora che perdo una preda così importante."

vv. 163-197 “O d'avarizia al par che di grandezza…”

Monti

O d'avarizia al par che di grandezza
famoso Atride, gli rispose Achille,
qual premio ti daranno, e per che modo
i magnanimi Achei? Che molta in serbo
vi sia ricchezza non partita, ignoro:
delle vinte città tutte divise
ne fur le spoglie, né diritto or torna
a nuove parti congregarle in una.
Ma tu la prigioniera al Dio rimanda,
ché più larga n'avrai tre volte e quattro
ricompensa da noi, se Giove un giorno
l'eccelsa Troia saccheggiar ne dia.
E a lui l'Atride: Non tentar, quantunque
ne' detti accorto, d'ingannarmi: in questo
né gabbo tu mi fai, divino Achille,
né persuaso al tuo voler mi rechi.
Dunque terrai tu la tua preda, ed io
della mia privo rimarrommi? E imponi
che costei sia renduta? Il sia. Ma giusti
concedanmi gli Achivi altra captiva
che questa adegui e al mio desir risponda.
Se non daranla, rapirolla io stesso,
sia d'Aiace la schiava, o sia d'Ulisse,
o ben anco la tua: e quegli indarno
fremerà d'ira alle cui tende io vegna.
Ma di ciò poscia parlerem. D'esperti
rematori fornita or si sospinga
nel pelago una nave, e vi s'imbarchi
coll'ecatombe la rosata guancia
della figlia di Crise, e ne sia duce
alcun de' primi, o Aiace, o Idomenèo,
o il divo Ulisse, o tu medesmo pure,
tremendissimo Achille, onde di tanto
sacrificante il grato ministero
il Dio ne plachi che da lunge impiaga.

Parafrasi

Achille gli rispose: "Atride, avido quanto altero, quale premio potrebbero mai darti ora i magnanimi Achei? Non ci sono ricchezze comuni da dividere: il bottino delle città conquistate è già stato spartito, e non è giusto raccoglierlo di nuovo per redistribuirlo. Tu restituisci la ragazza al dio; noi Achei ti ricompenseremo tre o quattro volte tanto, quando Giove ci concederà di saccheggiare Troia."

Agamennone rispose: "Non provare a ingannarmi, per quanto tu sia scaltro nel parlare, Achille: non riuscirai a raggirarmi né a convincermi. Vuoi tenerti la tua preda e lasciare che io resti senza la mia? Vuoi che restituisca Criseide? Va bene, lo farò. Ma allora gli Achei mi diano un'altra prigioniera che valga quanto lei. Se non me la danno, me la prenderò io stesso — sia la schiava di Aiace, di Ulisse, o perfino la tua: chiunque io vada a trovare avrà motivo di arrabbiarsi invano. Ma di questo parleremo dopo. Ora si prepari una nave veloce, vi si carichi l'offerta sacra insieme alla bella figlia di Crise, e la guidi uno dei capi — Aiace, Idomeneo, Ulisse, o tu stesso, Achille — così che con questo sacrificio si plachi il dio che colpisce da lontano."

vv. 198-229 “Lo guatò bieco Achille, e gli rispose…”

Monti

Lo guatò bieco Achille, e gli rispose:
Anima invereconda, anima avara,
chi fia tra i figli degli Achei sì vile
che obbedisca al tuo cenno, o trar la spada
in agguati convegna o in ria battaglia?
Per odio de' Troiani io qua non venni
a portar l'armi, io no; ché meco ei sono
d'ogni colpa innocenti. Essi né mandre
né destrier mi rapiro; essi le biade
della feconda popolosa Ftia
non saccheggiâr; ché molti gioghi ombrosi
ne son frapposti e il pelago sonoro.
Ma sol per tuo profitto, o svergognato,
e per l'onor di Menelao, pel tuo,
pel tuo medesmo, o brutal ceffo, a Troia
ti seguitammo alla vendetta. Ed oggi
tu ne disprezzi ingrato, e ne calpesti,
e a me medesmo di rapir minacci
de' miei sudori bellicosi il frutto,
l'unico premio che l'Acheo mi diede.
Né pari al tuo d'averlo io già mi spero
quel dì che i Greci l'opulenta Troia
conquisteran; ché mio dell'aspra guerra
certo è il carco maggior; ma quando in mezzo
si dividon le spoglie, è tua la prima,
ed ultima la mia, di cui m'è forza
tornar contento alla mia nave, e stanco
di battaglia e di sangue. Or dunque a Ftia,
a Ftia si rieda; ché d'assai fia meglio
al paterno terren volger la prora,
che vilipeso adunator qui starmi
di ricchezze e d'onori a chi m'offende.

Parafrasi

Achille lo guardò torvo e rispose: "Uomo spudorato e avido, chi tra gli Achei potrebbe mai obbedirti volentieri, sia in battaglia sia in un'imboscata? Io non sono venuto qui a combattere per odio verso i Troiani: non mi hanno fatto nulla di male, non hanno rubato il mio bestiame né i miei cavalli, non hanno devastato i campi della mia Ftia — troppi monti e troppo mare ci separano. Siamo venuti per te, sfacciato, per vendicare l'onore di Menelao e il tuo. E tu, oggi, ci disprezzi e minacci di portarmi via il premio che gli Achei stessi mi hanno dato, frutto delle mie fatiche in guerra. Il mio premio non è mai pari al tuo, anche quando conquistiamo una città ricca come Troia: il peso maggiore della battaglia lo porto io, ma quando si dividono le spoglie, la parte migliore va sempre a te, mentre a me tocca poco, e devo tornare stanco alla mia nave, contento di quel poco. Ora me ne torno a Ftia: è molto meglio tornare in patria con le mie navi, piuttosto che restare qui, disonorato, ad accumulare ricchezze e onori per te."

vv. 230-250 “Fuggi dunque, riprese Agamennóne…”

Monti

Fuggi dunque, riprese Agamennóne,
fuggi pur, se t'aggrada. Io non ti prego
di rimanerti. Al fianco mio si stanno
ben altri eroi, che a mia regal persona
onor daranno, e il giusto Giove in prima.
Di quanti ei nudre regnatori abborro
te più ch'altri; sì, te che le contese
sempre agogni e le zuffe e le battaglie.
Se fortissimo sei, d'un Dio fu dono
la tua fortezza. Or va, sciogli le navi,
fa co' tuoi prodi al patrio suol ritorno,
ai Mirmìdoni impera; io non ti curo,
e l'ire tue derido; anzi m'ascolta.
Poiché Apollo Crisëide mi toglie,
parta. D'un mio naviglio, e da' miei fidi
io la rimando accompagnata, e cedo.
Ma nel tuo padiglione ad involarti
verrò la figlia di Brisèo, la bella
tua prigioniera, io stesso; onde t'avvegga
quant'io t'avanzo di possanza, e quindi
altri meco uguagliarsi e cozzar tema.

Parafrasi

Agamennone rispose: "Fuggi pure, se vuoi. Non ti prego di restare. Ho altri al mio fianco che mi renderanno onore, e prima di tutti il giusto Giove. Tra tutti i re che io conosco, tu sei quello che detesto di più: ami sempre le liti, le risse, le battaglie. Se sei forte, è un dono di un dio, non merito tuo. Vattene pure, torna in patria con la tua gente, comanda pure sui tuoi Mirmidoni: di te non m'importa, e rido delle tue minacce. Anzi, ascoltami bene: dato che Apollo mi porta via Criseide, la rimanderò con la mia nave e i miei uomini. Ma verrò io stesso nella tua tenda a prendermi Briseide, la tua bella prigioniera, così che tu capisca quanto sono più potente di te, e altri imparino a non sfidarmi."

vv. 251-275 “Di furore infiammâr l'alma d'Achille…”

Monti

Di furore infiammâr l'alma d'Achille
queste parole. Due pensier gli fêro
terribile tenzon nell'irto petto,
se dal fianco tirando il ferro acuto
la via s'aprisse tra la calca, e in seno
l'immergesse all'Atride; o se domasse
l'ira, e chetasse il tempestoso core.
Fra lo sdegno ondeggiando e la ragione
l'agitato pensier, corse la mano
sovra la spada, e dalla gran vagina
traendo la venìa; quando veloce
dal ciel Minerva accorse, a lui spedita
dalla diva Giunon, che d'ambo i duci
egual cura ed amor nudrìa nel petto.
Gli venne a tergo, e per la bionda chioma
prese il fiero Pelìde, a tutti occulta,
a lui sol manifesta. Stupefatto
si scosse Achille, si rivolse, e tosto
riconobbe la Diva a cui dagli occhi
uscìan due fiamme di terribil luce,
e la chiamò per nome, e in ratti accenti,
Figlia, disse, di Giove, a che ne vieni?
Forse d'Atride a veder l'onte? Aperto
io tel protesto, e avran miei detti effetto:
ei col suo superbir cerca la morte,

Parafrasi

Queste parole accesero di furore l'animo di Achille. Due pensieri si scontrarono nel suo petto: se sguainare la spada, farsi largo tra la folla e uccidere Agamennone, oppure trattenere l'ira e calmare il cuore in tempesta. Mentre esitava tra la rabbia e la ragione, e la mano già correva verso l'elsa, tirando la grande spada fuori dal fodero, ecco arrivare veloce dal cielo Atena, mandata da Era, che amava entrambi allo stesso modo.

La dea si mise dietro di lui, e lo afferrò per i capelli biondi — visibile solo a lui, invisibile a tutti gli altri. Achille si voltò stupito e la riconobbe subito dai suoi occhi che lampeggiavano di luce terribile. La chiamò per nome:

"Figlia di Giove, perché sei venuta? Forse a vedere l'arroganza di Agamennone? Te lo dico chiaro, e si avvererà: con la sua superbia si sta cercando la morte, e l'avrà."

vv. 276-296 “Frena lo sdegno, la Dea rispose…”

Monti

e la morte si avrà. - Frena lo sdegno,
la Dea rispose dalle luci azzurre:
io qui dal ciel discesi ad acchetarti,
se obbedirmi vorrai. Giuno spedimmi,
Giuno ch'entrambi vi difende ed ama.
Or via, ti calma, né trar brando, e solo
di parole contendi. Io tel predìco,
e andrà pieno il mio detto: verrà tempo
che tre volte maggior, per doni eletti,
avrai riparo dell'ingiusta offesa.
Tu reprimi la furia, ed obbedisci.
E Achille a lei: Seguir m'è forza, o Diva,
benché d'ira il cor arda, il tuo consiglio.
Questo fia lo miglior. Ai numi è caro
chi de' numi al voler piega la fronte.
Disse; e rattenne su l'argenteo pomo
la poderosa mano, e il grande acciaro
nel fodero respinse, alle parole
docile di Minerva. Ed ella intanto
all'auree sedi dell'Egìoco padre
sul cielo risalì fra gli altri Eterni.

Parafrasi

"Frena la tua ira," rispose la dea dagli occhi azzurri. "Sono scesa dal cielo per calmarti, se mi vuoi ascoltare. Mi manda Era, che vi ama e vi protegge entrambi. Su, calmati, non sguainare la spada, combatti solo a parole. Ti predico — e si avvererà — che un giorno riceverai doni tre volte più preziosi per questa offesa ingiusta. Trattieni la rabbia e obbedisci."

Achille rispose: "Devo seguire il tuo consiglio, dea, anche se il cuore mi brucia di rabbia. È meglio così. Gli dèi ascoltano chi ascolta gli dèi."

Così dicendo trattenne la mano potente sull'elsa d'argento, rinfoderò la grande spada, obbedendo alle parole di Atena. Lei intanto risalì all'Olimpo, alla reggia di Zeus, tra gli altri immortali.

vv. 297-328 “Achille allora con acerbi detti…”

Monti

Achille allora con acerbi detti
rinfrescando la lite, assalse Atride:
Ebbro! cane agli sguardi e cervo al core!
Tu non osi giammai nelle battaglie
dar dentro colla turba; o negli agguati
perigliarti co' primi infra gli Achei,
ché ogni rischio t'è morte. Assai per certo
meglio ti torna di ciascun che franco
nella grand'oste achea contro ti dica,
gli avuti doni in securtà rapire.
Ma se questa non fosse, a cui comandi,
spregiata gente e vil, tu non saresti
del popol tuo divorator tiranno,
e l'ultimo de' torti avresti or fatto.
Ma ben t'annunzio, ed altamente il giuro
per questo scettro (che diviso un giorno
dal montano suo tronco unqua né ramo
né fronda metterà, né mai virgulto
germoglierà, poiché gli tolse il ferro
con la scorza le chiome, ed ora in pugno
sel portano gli Achei che posti sono
del giusto a guardia e delle sante leggi
ricevute dal ciel), per questo io giuro,
e invïolato sacramento il tieni:
stagion verrà che negli Achei si svegli
desiderio d'Achille, e tu salvarli
misero! non potrai, quando la spada
dell'omicida Ettòr farà vermigli
di larga strage i campi: e allor di rabbia
il cor ti roderai, ché sì villana
al più forte de' Greci onta facesti.
Disse; e gittò lo scettro a terra, adorno

Parafrasi

Achille riprese la lite con parole ancora più dure contro Agamennone: "Ubriacone, con gli occhi di cane e il coraggio di un cervo! Non hai mai il coraggio di combattere in prima fila insieme agli altri, né di rischiare in un'imboscata coi migliori Achei: ogni pericolo per te è come la morte. Ti conviene molto di più, in mezzo al grande esercito acheo, portar via i doni a chi ti sfida apertamente — sei un re che divora il proprio popolo, perché comandi su gente da nulla; altrimenti questa sarebbe stata l'ultima delle tue prepotenze. Ma ti dico una cosa, e la giuro solennemente su questo scettro — che non metterà più foglie né rami, essendo stato reciso dal tronco per sempre, e che ora portano in mano gli Achei incaricati di far rispettare la giustizia e le leggi sacre —: verrà un giorno in cui gli Achei sentiranno il bisogno di Achille, e tu non potrai fare nulla per salvarli, quando molti cadranno sotto la spada di Ettore sterminatore; e allora ti roderai il cuore dalla rabbia per aver disonorato così il migliore dei Greci."

Detto questo, gettò a terra lo scettro ornato di borchie d'oro, e si sedette.

vv. 329-378 “Ardea l'Atride di novello furor…”

Monti

d'aurei chiovi, e s'assise. Ardea l'Atride
di novello furor, quando nel mezzo
surse de' Pilii l'orator, Nestorre
facondo sì, che di sua bocca uscièno
più che mel dolci d'eloquenza i rivi.
Di parlanti con lui nati e cresciuti
nell'alma Pilo ei già trascorse avea
due vite, e nella terza allor regnava.
Con prudenti parole il santo veglio
così loro a dir prese: Eterni Dei!
Quanto lutto alla Grecia, e quanta a Prìamo
gioia s'appresta ed a' suoi figli e a tutta
la dardania città, quando fra loro
di voi s'intenda la fatal contesa,
di voi che tutti di valor vincete
e di senno gli Achei! Deh m'ascoltate,
ché minor d'anni di me siete entrambi;
ed io pur con eroi son visso un tempo
di voi più prodi, e non fui loro a vile:
ned altri tali io vidi unqua, né spero
di riveder più mai, quale un Drïante
moderator di genti, e Piritòo,
Cèneo ed Essadio e Polifemo uom divo,
e l'Egìde Teseo pari ad un nume.
Alme più forti non nudrìa la terra,
e forti essendo combattean co' forti,
co' montani Centauri, e strage orrenda
ne fean. Con questi, a lor preghiera, io spesso
partendomi da Pilo e dal lontano
Apio confine, a conversar venìa,
e secondo mie forze anch'io pugnava.
Ma di quanti mortali or crea la terra
niun potrìa pareggiarli. E nondimeno
da quei prestanti orecchio il mio consiglio
ed il mio detto obbedïenza ottenne.
E voi pur anco m'obbedite adunque,
ché l'obbedirmi or giova. Inclito Atride,
deh non voler, sebben sì grande, a questi
tor la fanciulla; ma ch'ei s'abbia in pace
da' Greci il dato guiderdon consenti:
né tu cozzar con inimico petto
contra il rege, o Pelìde. Un re supremo,
cui d'alta maestà Giove circonda,
uguaglianza d'onore unqua non soffre.
Se generato d'una diva madre
tu lui vinci di forza, ei vince, o figlio,
te di poter, perché a più genti impera.
Deh pon giù l'ira, Atride, e placherassi
pure Achille al mio prego, ei che de' Greci
in sì ria guerra è principal sostegno.

Parafrasi

Agamennone bruciava di nuova rabbia, quando si alzò in mezzo a loro Nestore, l'oratore dei Pilii, dalla cui bocca scorrevano parole più dolci del miele. Aveva già visto passare due generazioni di uomini nella sua Pilo, e regnava sulla terza. Con parole sagge cominciò a dire:

"Che dolore per la Grecia, che gioia per Priamo e i suoi figli e per tutta Troia, se sapessero della lite tra voi due, i migliori per valore e per saggezza tra gli Achei! Ascoltatemi: siete entrambi più giovani di me, e io ho vissuto tra eroi più forti di voi, che non mi disprezzavano — uomini come Piritoo, Driante, Ceneo, Esadio, il divino Polifemo, Teseo pari a un dio. Non esistevano uomini più forti sulla terra, e combattevano contro i più forti, i centauri delle montagne, e li sterminavano. Io mi univo a loro, venendo da lontano, dalla mia Pilo, e combattevo secondo le mie forze. E nessuno degli uomini di oggi potrebbe stare al loro pari. Eppure quei grandi uomini ascoltavano i miei consigli. Ascoltatemi anche voi, ora, perché conviene. Agamennone, per quanto tu sia potente, non prendere questa ragazza ad Achille: lascia che se la tenga, dato che gliel'hanno assegnata gli Achei. E tu, Achille, non metterti contro un re: chi porta lo scettro supremo, protetto da Giove, ha un onore che nessun altro può eguagliare. Se tu sei più forte perché figlio di una dea, lui è superiore a te per potere, perché comanda su più popoli. Agamennone, calma la tua ira; e anche Achille si calmerà, se glielo chiedo io, lui che è il principale sostegno dei Greci in questa dura guerra."

vv. 379-410 “Tu rettissimo parli, o saggio antico…”

Monti

Tu rettissimo parli, o saggio antico,
pronto riprese il regnatore Atride;
ma costui tutti soverchiar presume,
tutti a schiavi tener, dar legge a tutti,
tutti gravar del suo comando. Ed io
potrei patirlo? Io no. Se il fêro i numi
un invitto guerrier, forse pur anco
di tanto insolentir gli diero il dritto?
Tagliò quel dire Achille, e gli rispose:
Un pauroso, un vil certo sarei
se d'ogni cenno tuo ligio foss'io.
Altrui comanda, a me non già; ch'io teco
sciolto di tutta obbedienza or sono.
Questo solo vo' dirti, e tu nel mezzo
lo rinserra del cor. Per la fanciulla
un dì donata, ingiustamente or tolta,
né con te né con altri il brando mio
combatterà. Ma di quant'altre spoglie
nella nave mi serbo, né pur una,
s'io la niego, t'avrai. Vien, se nol credi,
vieni alla prova; e il sangue tuo scorrente
dalla mia lancia farà saggio altrui.
Con questa di parole aspra tenzone
levârsi, e sciolto fu l'acheo consesso.
Con Patroclo il Pelìde e co' suoi prodi
riede a sue navi nelle tende; e Atride
varar fa tosto a venti remi eletti
una celere prora colla sacra
ecatombe. Di Crise egli medesmo
vi guida e posa l'avvenente figlia;
duce v'ascende il saggio Ulisse, e tutti
già montati correan l'umide vie.

Parafrasi

Agamennone rispose: "Hai ragione in tutto ciò che dici, saggio vecchio. Ma costui vuole comandare su tutti, dominare tutti, imporre la sua legge a tutti — e io non posso accettarlo. Se gli dèi lo hanno fatto un guerriero invincibile, questo forse gli dà il diritto di essere così arrogante?"

Achille lo interruppe: "Sarei un vigliacco, se ti obbedissi in ogni cosa. Comanda pure gli altri, non me: con te ho finito di obbedire. Ti dico solo questo, e tienilo bene a mente: per la ragazza non alzerò la spada né contro di te né contro nessun altro, dato che me l'avete data e ora me la togliete. Ma delle altre cose che tengo sulla mia nave, non avrai nulla, se mi rifiuto di darle. Prova pure, se non mi credi, e il tuo sangue sulla mia lancia sarà da esempio a tutti."

Dopo questo scontro acceso di parole, l'assemblea si sciolse. Achille tornò alle sue navi con Patroclo e i suoi uomini; Agamennone fece varare in fretta una nave veloce con venti rematori, per portare l'offerta sacra e la bella figlia di Crise, con Ulisse al comando.

vv. 411-461 “Ciò fatto, indisse al campo Agamennóne…”

Monti

Ciò fatto, indisse al campo Agamennóne
una sacra lavanda: e ognun devoto
purificarsi, e via gittar nell'onde
le sozzure, e del mar lungo la riva
offrir di capri e di torelli intere
ecatombi ad Apollo. Al ciel salìa
volubile col fumo il pingue odore.
Seguìan nel campo questi riti. E fermo
nel suo dispetto e nella dianzi fatta
ria minaccia ad Achille, intanto Atride
Euribate e Taltibio a sé chiamando,
fidi araldi e sergenti, Ite, lor disse,
del Pelìde alla tenda, e m'adducete
la bella figlia di Brisèo. Se il niega,
io ne verrò con molta mano, io stesso,
a gliela tôrre: e ciò gli fia più duro.
Disse; e il cenno aggravando in via li pose.
Del mar lunghesso l'infecondo lido
givan quelli a mal cuore, e pervenuti
de' Mirmidóni alla campal marina
trovâr l'eroe seduto appo le navi
davanti al padiglion: né del vederli
certo Achille fu lieto. Ambo al cospetto
regal fermârsi trepidanti e chini,
né far motto fur osi né dimando.
Ma tutto ei vide in suo pensiero, e disse:
Messaggeri di Giove e delle genti,
salvete, araldi, e v'appressate. In voi
niuna è colpa con meco. Il solo Atride,
ei solo è reo, che voi per la fanciulla
Brisëide qui manda. Or va, fuor mena,
generoso Patròclo, la donzella,
e in man di questi guidator l'affida.
Ma voi medesmi innanzi ai santi numi
ed innanzi ai mortali e al re crudele
siatemi testimon, quando il dì splenda
che a scampar gli altri di rovina il mio
braccio abbisogni. Perocché delira
in suo danno costui, ned il presente
vede, né il poi, né il come a sua difesa
salvi alle navi pugneran gli Achei.
Disse; e Patròclo del diletto amico
al comando obbedì. Fuor della tenda
Brisëide menò, guancia gentile,
ed agli araldi condottier la cesse.
Mentre ei fanno alle navi achee ritorno,
e ritrosa con lor partìa la donna,
proruppe Achille in un subito pianto,
e da' suoi scompagnato in su la riva
del grigio mar s'assise, e il mar guardando
le man stese, e dolente alla diletta

Parafrasi

Fatto questo, Agamennone ordinò all'esercito una purificazione: tutti si lavarono e gettarono le impurità in mare, e sulla riva offrirono ad Apollo cento capre e cento tori. Il fumo profumato saliva al cielo.

Intanto, fermo nel suo dispetto e nella minaccia appena fatta ad Achille, Agamennone chiamò i suoi due araldi fidati, Euribate e Taltibio: "Andate alla tenda di Achille e portatemi la bella figlia di Briseo. Se si rifiuta, verrò io stesso con molti uomini a prendermela, e sarà peggio per lui." E li mandò via con quell'ordine pesante.

I due andarono di malavoglia lungo la riva del mare, e arrivati all'accampamento dei Mirmidoni trovarono Achille seduto davanti alla sua tenda. Vedendoli arrivare, Achille non si rallegrò affatto. I due si fermarono impauriti davanti a lui, senza osare parlare né chiedere nulla. Ma Achille capì tutto e disse:

"Salute, araldi, messaggeri di Zeus e degli uomini: avvicinatevi, non avete colpa nei miei confronti. La colpa è solo di Agamennone, che vi manda qui per Briseide. Vieni, Patroclo, portala fuori e affidala a loro. Ma voi siate testimoni, davanti agli dèi, agli uomini e a questo re crudele, del giorno in cui gli altri avranno bisogno del mio aiuto per salvarsi dalla rovina. Perché costui è accecato dalla follia, e non pensa né al presente né al futuro, né a come gli Achei potranno combattere e vincere vicino alle navi."

Patroclo obbedì all'amico, portò fuori dalla tenda Briseide dal bel volto e la affidò agli araldi. Mentre tornavano alle navi achee, e la donna li seguiva controvoglia, Achille scoppiò in lacrime; si allontanò dai compagni, si sedette sulla riva del mare grigio, e guardando l'acqua, tendendo le mani, pregò sua madre:

vv. 462-541 “Oh madre! è questo, disse…”

Monti

madre pregando, Oh madre! è questo, disse,
questo è l'onor che darmi il gran Tonante
a conforto dovea del viver breve
a cui mi partoristi? Ecco, ei mi lascia
spregiato in tutto: il re superbo Atride
Agamennón mi disonora; il meglio
de' miei premi rapisce, e sel possiede.
Sì piangendo dicea. La veneranda
genitrice l'udì, che ne' profondi
gorghi del mare si sedea dappresso
al vecchio padre; udillo, e tosto emerse,
come nebbia, dall'onda: accanto al figlio,
che lagrime spargea, dolce s'assise,
e colla mano accarezzollo, e disse:
Figlio, a che piangi? e qual t'opprime affanno?
Di', non celarlo in cor, meco il dividi.
Madre, tu il sai, rispose alto gemendo
il piè-veloce eroe. Ridir che giova
tutto il già conto? Nella sacra sede
d'Eezïon ne gimmo; la cittade
ponemmo a sacco, e tutta a questo campo
fu condotta la preda. In giuste parti
la diviser gli Achivi, e la leggiadra
Crisëide fu scelta al primo Atride.
Crise d'Apollo sacerdote allora
con l'infula del nume e l'aureo scettro
venne alle navi a riscattar la figlia.
Molti doni offerì, molte agli Achivi
porse preghiere, ed agli Atridi in prima.
Invan; ché preghi e doni e sacerdote
e degli Achei l'assenso ebbe in dispregio
Agamennón, che minaccioso e duro
quel misero cacciò dal suo cospetto.
Partì sdegnato il veglio; e Apollo, a cui
diletto capo egli era, il suo lamento
esaudì dall'Olimpo, e contra i Greci
pestiferi vibrò dardi mortali.
Perìa la gente a torme, e d'ogni parte
sibilanti del Dio pel campo tutto
volavano gli strali. Alfine un saggio
indovin ne fe' chiaro in assemblea
l'oracolo d'Apollo. Io tosto il primo
esortai di placar l'ire divine.
Sdegnossene l'Atride, e in piè levato
una minaccia mi fe' tal che pieno
compimento sortì. Gli Achivi a Crisa
sovr'agil nave già la schiava adducono
non senza doni a Febo; e dalla tenda
a me pur dianzi tolsero gli araldi,
e menâr seco di Brisèo la figlia,
la fanciulla da' Greci a me donata.
Ma tu che il puoi, tu al figlio tuo soccorri,
vanne all'Olimpo, e porgi preghi a Giove,
s'unqua Giove per te fu nel bisogno
o d'opera aitato o di parole.
Nel patrio tetto, io ben lo mi ricordo,
spesso t'intesi glorïarti, e dire
che sola fra gli Dei da ria sciagura
Giove campasti adunator di nembi,
il giorno che tentâr Giuno e Nettunno
e Pallade Minerva in un con gli altri
congiurati del ciel porlo in catene;
ma tu nell'uopo sopraggiunta, o Dea,
l'involasti al periglio, all'alto Olimpo
prestamente chiamando il gran Centìmano,
che dagli Dei nomato è Brïarèo,
da' mortali Egeóne, e di fortezza
lo stesso genitor vincea d'assai.
Fiero di tanto onore alto ei s'assise
di Giove al fianco, e n'ebber tema i numi,
che poser di legarlo ogni pensiero.
Or tu questo rammentagli, e al suo lato
siedi, e gli abbraccia le ginocchia, e il prega
di dar soccorso ai Teucri, e far che tutte
fino alle navi le falangi achee
sien spinte e rotte e trucidate. Ognuno
lo si goda così questo tiranno;
senta egli stesso il gran regnante Atride
qual commise follìa quando superbo
fe' de' Greci al più forte un tanto oltraggio.

Parafrasi

"Madre, è questo l'onore che Zeus doveva darmi in compenso della vita breve che mi hai dato? Ecco, mi lascia disprezzato: il superbo Agamennone mi disonora, mi ha portato via il mio premio migliore, e se lo tiene."

Così piangeva. La madre venerabile lo udì, seduta in fondo al mare accanto al vecchio padre; lo udì e riemerse come nebbia dalle onde. Si sedette accanto al figlio in lacrime, lo accarezzò con la mano e disse:

"Figlio, perché piangi? Quale dolore ti opprime? Dimmelo, non nasconderlo, condividilo con me."

Achille rispose sospirando: "Lo sai già, madre. A che serve ripeterlo? Siamo andati a saccheggiare la sacra città di Eezione, e abbiamo portato qui tutto il bottino. Gli Achei l'hanno diviso equamente, e la bella Criseide è toccata ad Agamennone. Poi Crise, sacerdote di Apollo, è venuto alle navi con le bende sacre e lo scettro d'oro per riscattare la figlia. Ha offerto molti doni e pregato tutti gli Achei, e soprattutto gli Atridi. Ma Agamennone ha disprezzato preghiere, doni, sacerdote e il consenso di tutti gli Achei, e l'ha cacciato in malo modo. Il vecchio se n'è andato adirato, e Apollo, che gli era caro, ha ascoltato le sue preghiere e ha scagliato sui Greci le sue frecce mortali. La gente moriva a frotte, colpita ovunque dalle frecce del dio. Alla fine un indovino ci ha rivelato la volontà di Apollo, e io per primo ho suggerito di placare il dio. Agamennone si è infuriato, e mi ha minacciato con parole che si sono già avverate: ora gli Achei portano la ragazza a Crisa su una nave veloce, con doni per Apollo, e gli araldi sono venuti dalla mia tenda a prendersi Briseide, la ragazza che i Greci avevano dato a me. Tu che puoi farlo, aiuta tuo figlio: sali all'Olimpo e prega Zeus, se mai gli sei stata utile con le parole o con le azioni. Ricordo che a casa raccontavi spesso di aver salvato Zeus da una grave sciagura, quando Era, Poseidone e Atena avevano cospirato con gli altri dèi per incatenarlo; tu, dea, lo salvasti chiamando sull'Olimpo il gigante dalle cento mani, che gli dèi chiamano Briareo e gli uomini Egeone, più forte perfino di suo padre. Lui si sedette fiero accanto a Zeus, e gli dèi, impauriti, rinunciarono a legarlo. Ora ricordagli questo, abbraccia le sue ginocchia, e chiedigli di aiutare i Troiani, di respingere gli Achei fino alle navi e di massacrarli, così che tutti godano di questo tiranno, e lo stesso Agamennone capisca che follia ha commesso disonorando il migliore dei Greci."

vv. 542-567 “E lagrimando a lui Teti rispose…”

Monti

E lagrimando a lui Teti rispose:
Ahi figlio mio! se con sì reo destino
ti partorii, perché allevarti, ahi lassa!
Oh potessi ozioso a questa riva
senza pianto restarti e senza offese,
ingannando la Parca che t'incalza,
ed omai t'ha raggiunto! Ora i tuoi giorni
brevi sono ad un tempo ed infelici,
ché iniqua stella il dì ch'io ti produssi
i talami paterni illuminava.
E nondimen d'Olimpo alle nevose
vette n'andrò, ragionerò con Giove
del fulmine signore, e al tuo desire
piegarlo tenterò. Tu statti intanto
alle navi; e nell'ozio del tuo brando
senta l'Achivo de' tuoi sdegni il peso.
Perocché ieri in grembo all'Oceàno
fra gl'innocenti Etïopi discese
Giove a convito, e il seguîr tutti i numi.
Dopo la luce dodicesma al cielo
tornerà. Recherommi allor di Giove
agli eterni palagi; al suo ginocchio
mi gitterò, supplicherò, né vana
d'espugnarne il voler speranza io porto.
Partì, ciò detto; e lui quivi di bile
macerato lasciò per la fanciulla

Parafrasi

Teti rispose in lacrime: "Ahimè, figlio mio! Perché ti ho allevato, se ti ho generato per un destino così crudele? Fossi almeno rimasto qui tranquillo, senza pianto né offese, dato che i tuoi giorni sono comunque brevi e ora anche infelici: un destino ingiusto ti ha segnato fin dal giorno in cui sei nato. Ma andrò sull'Olimpo, parlerò con Zeus, e cercherò di convincerlo. Tu intanto resta alle navi, tieni lontana la tua spada dalla battaglia, e lascia che gli Achei sentano il peso della tua assenza. Zeus ieri è andato a banchetto presso gli Etiopi, ai confini dell'Oceano, insieme a tutti gli dèi; tornerà tra dodici giorni. Allora andrò al suo palazzo, mi getterò alle sue ginocchia, e spero di riuscire a convincerlo."

Detto questo se ne andò, lasciando Achille pieno di rabbia per la ragazza portatagli via contro la sua volontà.

vv. 568-604 “Intanto a Crisa colla sacra ecatombe Ulisse approda…”

Monti

suo mal grado rapita. Intanto a Crisa
colla sacra ecatombe Ulisse approda.
Nel seno entrati del profondo porto,
le vele ammaïnâr, le collocaro
dentro il bruno naviglio, e prestamente
dechinâr colle gomone l'antenna,
e l'adagiâr nella corsìa. Co' remi
il naviglio accostâr quindi alla riva;
e l'ancore gittate, e della poppa
annodati i ritegni, ecco sul lido
tutta smontar la gente, ecco schierarsi
l'ecatombe d'Apollo, e dalla nave
dell'onde vïatrice ultima uscire
Crisëide. All'altar l'accompagnava
l'accorto Ulisse, ed alla man del caro
genitor la ponea con questi accenti:
Crise, il re sommo Agamennón mi manda
a ti render la figlia, e offrir solenne
un'ecatombe a Febo, onde gli sdegni
placar del nume che gli Achei percosse
d'acerbissima piaga. - In questo dire
l'amata figlia in man gli cesse; e il vecchio
la si raccolse giubilando al petto.
Tosto dintorno al ben costrutto altare
in ordinanza statuîr la bella
ecatombe del Dio; lavâr le palme,
presero il sacro farro, e Crise alzando
colla voce la man, fe' questo prego:
Dio che godi trattar l'arco d'argento,
tu che Crisa proteggi e la divina
Cilla, signor di Tènedo possente,
m'odi: se dianzi a mia preghiera il campo
acheo gravasti di gran danno, e onore
mi desti, or fammi di quest'altro voto
contento appieno. La terribil lue,
che i Dànai strugge, allontanar ti piaccia.
Sì disse orando, ed esaudillo il nume.

Parafrasi

Intanto Ulisse arrivava a Crisa con l'offerta sacra. Entrati nel porto, ammainarono le vele, le riposero sulla nave, calarono l'albero con le funi e lo adagiarono nella stiva; poi, a remi, portarono la nave a riva, gettarono le ancore, legarono le funi di poppa, e tutti sbarcarono. Fecero scendere l'offerta per Apollo, e per ultima scese Criseide. Ulisse la accompagnò all'altare e la consegnò al padre, dicendo:

"Crise, Agamennone mi manda a restituirti tua figlia, e a offrire un sacrificio solenne ad Apollo, per placare l'ira del dio che ha colpito gli Achei con una piaga terribile."

Così dicendo gli consegnò la figlia amata, e il vecchio la abbracciò felice. Poi tutti insieme disposero in ordine l'offerta sacra intorno all'altare, si lavarono le mani, presero il farro sacro, e Crise, alzando le mani, pregò ad alta voce:

"Dio dall'arco d'argento, tu che proteggi Crisa e la sacra Cilla, signore di Tenedo, ascoltami: come già mi hai ascoltato prima e hai colpito gli Achei per onorarmi, ora esaudisci anche quest'altro voto: allontana da loro la peste terribile."

Così pregò, e il dio lo esaudì.

vv. 605-646 “Quindi fin posto alle preghiere…”

Monti

Quindi fin posto alle preghiere, e sparso
il salso farro, alzar fêr suso in prima
alle vittime il collo, e le sgozzaro.
tratto il cuoio, fasciâr le incise cosce
di doppio omento, e le coprîr di crudi
brani. Il buon vecchio su l'accese schegge
le abbrustolava, e di purpureo vino
spruzzando le venìa. Scelti garzoni
al suo fianco tenean gli spiedi in pugno
di cinque punte armati: e come fûro
rosolate le coste, e fatto il saggio
delle viscere sacre, il resto in pezzi
negli schidoni infissero, con molto
avvedimento l'arrostiro, e poscia
tolser tutto alle fiamme. Al fin dell'opra,
poste le mense, a banchettar si diero,
e del cibo egualmente ripartito
sbramârsi tutti. Del cibarsi estinto
e del bere il desìo, d'almo lïeo
coronando il cratere, a tutti in giro
ne porsero i donzelli, e fe' ciascuno,
libagion colle tazze. E così tutto
cantando il dì la gioventude argiva,
e un allegro peàna alto intonando,
laudi a Febo dicean, che nell'udirle
sentìasi tocco di dolcezza il core.
Fugato il sole dalla notte, ei diersi
presso i poppesi della nave al sonno.
Poi come il cielo colle rosee dita
la bella figlia del mattino aperse,
conversero la prora al campo argivo,
e mandò loro in poppa il vento Apollo.
Rizzâr l'antenna, e delle bianche vele
il seno dispiegâr. L'aura seconda
le gonfiava per mezzo, e strepitoso,
nel passar della nave, il flutto azzurro
mormorava dintorno alla carena.
Giunti agli argivi accampamenti, in secco
trasser la nave su la colma arena,
e lunghe vi spiegâr travi di sotto
acconciamente. Per le tende poi
si dispersero tutti e pe' navili.

Parafrasi

Finite le preghiere e sparso il farro sacro, sollevarono il collo delle vittime e le sgozzarono; le scuoiarono, avvolsero le cosce in doppio strato di grasso con pezzi di carne cruda sopra, e il vecchio le arrostiva sulla legna accesa, spruzzandole di vino. Alcuni giovani gli tenevano accanto gli spiedi a cinque punte; arrostite le cosce, assaggiate le viscere secondo il rito, tagliarono il resto a pezzi, lo infilzarono negli spiedi e lo arrostirono con cura. Finito tutto, apparecchiarono e banchettarono, e nessuno rimase senza la sua parte. Sazi di cibo e di vino, i giovani riempirono le coppe per tutti, versando le libagioni; e per tutto il giorno i giovani achei cantarono inni a Apollo, che ascoltava felice.

Tramontato il sole, si addormentarono vicino alla nave. Al sorgere dell'alba fecero rotta verso l'accampamento acheo, e Apollo mandò loro vento favorevole. Alzarono l'albero, spiegarono le vele bianche, il vento le gonfiava, e la nave avanzava tra i flutti scroscianti. Arrivati all'accampamento, tirarono in secco la nave sulla sabbia, la puntellarono con travi, e tutti si dispersero tra le tende e le navi.

vv. 647-677 “Appo i suoi legni intanto il generoso…”

Monti

Appo i suoi legni intanto il generoso
Pelìde Achille nel segreto petto
di sdegno si pascea, né al parlamento,
scuola illustre d'eroi, né alle battaglie
più comparìa; ma il cor struggea di doglia
lungi dall'armi, e sol dell'armi il suono
e delle pugne il grido egli sospira.
Rifulse alfin la dodicesma aurora,
e tutti di conserva al ciel gli Eterni
fean ritorno, ed avanti iva il re Giove.
Memore allor del figlio e del suo prego,
Teti emerse dal mare, e mattutina
in cielo al sommo dell'Olimpo alzossi.
Sul più sublime de' suoi molti gioghi
in disparte trovò seduto e solo
l'onniveggente Giove. Innanzi a lui
la Dea s'assise, colla manca strinse
le divine ginocchia, e colla destra
molcendo il mento, e supplicando disse:
Giove padre, se d'opre e di parole
giovevole fra' numi unqua ti fui,
un mio voto adempisci. Il figlio mio,
cui volge il fato la più corta vita,
deh, m'onora il mio figlio a torto offeso
dal re supremo Agamennón, che a forza
gli rapì la sua donna, e la si tiene.
Onoralo, ti prego, olimpio Giove,
sapientissimo Iddio; fa che vittrici
sien le spade troiane, infin che tutto
e doppio ancora dagli Achei pentiti
al mio figlio si renda il tolto onore.

Parafrasi

Achille intanto restava presso le sue navi, roso dalla rabbia in segreto; non compariva più né alle assemblee né in battaglia, ma consumava il cuore nell'inattività, rimpiangendo il rumore delle armi e il grido della guerra.

Passarono dodici giorni, e tutti gli dèi tornarono insieme sull'Olimpo, guidati da Zeus. Teti, ricordando la richiesta del figlio, emerse dal mare all'alba e salì in cielo, sulla vetta dell'Olimpo. Trovò Zeus seduto in disparte, lontano dagli altri, sulla cima più alta. Gli si sedette davanti, gli abbracciò le ginocchia con la mano sinistra, gli accarezzò il mento con la destra, e pregò supplicando:

"Padre Zeus, se mai ti sono stata utile tra gli dèi con le parole o con le azioni, esaudisci questo mio desiderio: onora mio figlio, a cui il destino ha dato la vita più breve. Agamennone lo ha offeso, gli ha portato via con la forza la sua donna e se la tiene. Vendicalo tu, Zeus sapientissimo: fa' che i Troiani vincano, finché gli Achei non gli renderanno l'onore perduto, e doppio."

vv. 678-705 “Disse; e nessuna le facea risposta…”

Monti

Disse; e nessuna le facea risposta
il procelloso Iddio; ma lunga pezza
muto stette, e sedea. Teti il ginocchio
teneagli stretto tuttavolta, e i preghi
iterando venìa: Deh, parla alfine;
dimmi aperto se nieghi, o se concedi;
nulla hai tu che temer; fa ch'io mi sappia
se fra le Dee son io la più spregiata.
Profondamente allora sospirando
l'adunator de' nembi le rispose:
Opra chiedi odiosa che nemico
farammi a Giuno, e degli ontosi suoi
motti bersaglio. Ardita ella mai sempre
pur dinanzi agli Dei vien meco a lite,
e de' Troiani aiutator m'accusa.
Ma tu sgombra di qua, ché non ti vegga
la sospettosa. Mio pensier fia poscia
che il desir tuo si cómpia, e a tuo conforto
abbine il cenno del mio capo in pegno.
Questo fra' numi è il massimo mio giuro,
né revocarsi, né fallir, né vana
esser può cosa che il mio capo accenna.
Disse; e il gran figlio di Saturno i neri
sopraccigli inchinò. Su l'immortale
capo del sire le divine chiome
ondeggiaro, e tremonne il vasto Olimpo.
Così fermo l'affar si dipartiro.
Teti dal ciel spiccò nel mare un salto;

Parafrasi

Zeus non rispose nulla, e restò a lungo in silenzio. Teti, tenendogli stretto il ginocchio, insisteva: "Rispondimi, dimmi chiaramente se accetti o rifiuti — non hai nulla da temere — così saprò se sono la più disprezzata tra le dee."

Zeus, sospirando profondamente, rispose: "Mi chiedi una cosa pericolosa, che mi metterà contro Era, che già mi provoca continuamente davanti agli altri dèi accusandomi di aiutare i Troiani. Ora vattene, prima che lei ti veda. Penserò io a realizzare il tuo desiderio, e te lo confermo con un cenno del capo — il giuramento più solenne tra noi dèi, che non si può ritrattare né fallire."

Detto questo, il grande Zeus abbassò le sopracciglia nere: i capelli divini sulla sua testa immortale ondeggiarono, e tutto l'Olimpo tremò. Così si separarono, certi dell'accordo. Teti si tuffò dal cielo nel mare, e Zeus tornò al suo palazzo.

vv. 706-741 “Rizzârsi tutti ad un tempo da' lor troni i numi…”

Monti

Giove alla reggia s'avviò. Rizzârsi
tutti ad un tempo da' lor troni i numi
verso il gran padre, né veruno ardissi
aspettarne il venir fermo al suo seggio,
ma mosser tutti ad incontrarlo. Ei grave
si compose sul trono. E già sapea
Giuno il fatto del Dio; ch'ella veduto
in segreti consigli avea con esso
la figlia di Nerèo, Teti la diva
dal bianco piede. Con parole acerbe
così dunque l'assalse: E qual de' numi
tenne or teco consulta, o ingannatore?
Sempre t'è caro da me scevro ordire
tenebrosi disegni, né ti piacque
mai farmi manifesto un tuo pensiero.
E degli uomini il padre e degli Dei
le rispose: Giunon, tutto che penso
non sperar di saperlo. Ardua ten fôra
l'intelligenza, benché moglie a Giove.
Ben qualunque dir cosa si convegna,
nullo, prima di te, mortale o Dio
la si saprà. Ma quel che lungi io voglio
dai Celesti ordinar nel mio segreto,
non dimandarlo né scrutarlo, e cessa.
Acerbissimo Giove, e che dicesti?
Riprese allor la maestosa il guardo
veneranda Giunon: gran tempo è pure
che da te nulla cerco e nulla chieggo,
e tu tranquillo adempi ogni tuo senno.
Or grave un dubbio mi molesta il core,
che Teti, del marin vecchio la figlia,
non ti seduca; ch'io la vidi, io stessa,
sul mattino arrivar, sederti accanto,
abbracciarti i ginocchi; e certo a lei
di molti Achivi tu giurasti il danno
appo le navi, per onor d'Achille.

Parafrasi

Tutti gli dèi si alzarono in piedi al suo arrivo, e nessuno osò restare seduto ad aspettarlo: tutti gli andarono incontro. Zeus si sedette sul trono. Ma Era aveva già capito tutto, avendo visto Zeus parlare in segreto con Teti, la dea dai piedi bianchi. Con parole pungenti lo assalì:

"Quale dio ha tramato con te stavolta, ingannatore? Ti piace sempre ordire piani segreti lontano da me, e non mi riveli mai i tuoi pensieri."

Zeus rispose: "Era, non sperare di conoscere tutti i miei pensieri: sarebbe troppo difficile anche per te, che pure sei mia moglie. Quello che è giusto sapere, nessuno lo saprà prima di te, né dio né mortale. Ma quello che voglio decidere da solo, lontano dagli altri dèi, non chiedermelo e non indagare."

Era, la venerabile dea dagli occhi grandi, rispose: "Terribile Zeus, cosa dici mai? Non ti ho mai chiesto né cercato nulla, e tu decidi sempre in tranquillità quello che vuoi. Ma ora un dubbio mi tormenta: che Teti, figlia del vecchio del mare, ti abbia convinto di qualcosa. L'ho vista stamattina sedersi accanto a te e abbracciarti le ginocchia: sospetto che tu le abbia giurato di far morire molti Achei, per onorare Achille."

vv. 742-789 “E a rincontro il signor delle tempeste…”

Monti

E a rincontro il signor delle tempeste:
Sempre sospetti, né celarmi io posso,
spirto maligno, agli occhi tuoi. Ma indarno
la tua cura uscirà, ch'anzi più sempre
tu mi costringi a disamarti, e questo
a peggio ti verrà. S'al ver t'apponi,
che al ver t'apponga ho caro. Or siedi, e taci,
e m'obbedisci; ché giovarti invano
potrìan quanti in Olimpo a tua difesa
accorresser Celesti, allor che poste
le invitte mani nelle chiome io t'abbia.
Disse; e chinò la veneranda Giuno
i suoi grand'occhi paurosa e muta,
e in cor premendo il suo livor s'assise.
Di Giove in tutta la magion le fronti
si contristâr de' numi, e in mezzo a loro
gratificando alla diletta madre
Vulcan l'inclito fabbro a dir sì prese:
Una malvagia intolleranda cosa
questa al certo sarà, se voi cotanto,
de' mortali a cagion, piato movete,
e suscitate fra gli Dei tumulto.
De' banchetti la gioia ecco sbandita,
se la vince il peggior. Madre, t'esorto,
benché saggia per te; vinci di Giove,
vinci del padre coll'ossequio l'ira,
onde a lite non torni, e del convito
ne conturbi il piacer; ch'egli ne puote,
del fulmine signore e dell'Olimpo,
dai nostri seggi rovesciar, se il voglia;
perocché sua possanza a tutte è sopra.
Or tu con care parolette il molci,
e tosto il placherai. - Surse, ciò detto,
ed all'amata genitrice un tondo
gemino nappo fra le mani ei pose,
bisbigliando all'orecchio: O madre mia,
benché mesta a ragion, sopporta in pace,
onde te con quest'occhi io qui non vegga,
te, che cara mi sei, forte battuta;
ché allor nessuna con dolor mio sommo
darti aìta io potrei. Duro egli è troppo
cozzar con Giove. Altra fiata, il sai,
volli in tuo scampo venturarmi. Il crudo
afferrommi d'un piede, e mi scagliò
dalle soglie celesti. Un giorno intero
rovinai per l'immenso, e rifinito
in Lenno caddi col cader del sole,
dalli Sinzii raccolto a me pietosi.

Parafrasi

Zeus rispose: "Sospetti sempre, e non riesco a nasconderti nulla, spirito maligno. Ma non otterrai nulla, se non allontanarti ancora di più da me — e questo sarà peggio per te. Se hai indovinato, tanto meglio per te. Ora siediti, taci, e obbediscimi; perché non ti servirà a nulla l'aiuto di tutti gli dèi dell'Olimpo, se ti metto sopra le mie mani invincibili."

A queste parole Era, spaventata, abbassò lo sguardo e tacque, reprimendo la rabbia nel cuore. In tutto il palazzo di Zeus gli dèi si rattristarono, finché Efesto, il fabbro divino, per compiacere sua madre Era, prese la parola:

"Sarà davvero una cosa insopportabile, se voi due litigate così per colpa dei mortali, portando lo scompiglio tra gli dèi. Se il peggiore di noi due prevale, addio alla gioia dei banchetti. Madre, ti prego — anche se sei già saggia — cerca di calmare la rabbia di Zeus, così che non riprenda a litigare e non rovini il nostro convito: perché lui, signore del fulmine e dell'Olimpo, potrebbe scacciarci tutti dai nostri troni se volesse — è più forte di tutti noi. Parlagli con dolcezza, e subito lo placherai."

Detto questo, si alzò e porse alla madre una coppa a due manici, sussurrandole: "Madre mia, per quanto tu abbia ragione a essere triste, sopporta in pace, perché non voglio vederti battuta davanti ai miei occhi, tu che mi sei cara: non potrei aiutarti in nessun modo, perché è troppo difficile opporsi a Zeus. Un'altra volta ho provato a difenderti, e lui mi ha afferrato per un piede e scagliato giù dalle soglie del cielo: sono precipitato per un giorno intero, e sono caduto a Lemno al tramonto, quasi senza vita, raccolto dai Sinti che ebbero pietà di me."

vv. 790-813 “Disse; e la Diva dalle bianche braccia…”

Monti

Disse; e la Diva dalle bianche braccia
rise, e in quel riso dalla man del figlio
prese il nappo. Ed ei poscia agli altri Eterni,
incominciando a destra, e dal cratere
il nèttare attignendo, a tutti in giro
lo mescea. Suscitossi infra' Beati
immenso riso nel veder Vulcano
per la sala aggirarsi affaccendato
in quell'opra. Così, fino al tramonto,
tutto il dì convitossi, ed egualmente
del banchetto ogni Dio partecipava.
Né l'aurata mancò lira d'Apollo,
né il dolce delle Muse alterno canto.
Ratto, poi che del Sol la luminosa
lampa si spense, a' suoi riposi ognuno
ne' palagi n'andò, che fabbricati
a ciascheduno avea con ammirando
artifizio Vulcan l'inclito zoppo.
E a' suoi talami anch'esso, ove qual volta
soave l'assalìa forza di sonno,
corcar solea le membra, il fulminante
Olimpio s'avvïò. Quivi salito
addormentossi il nume, ed al suo fianco
giacque l'alma Giunon che d'oro ha il trono.

Parafrasi

Era, la dea dalle bianche braccia, sorrise a queste parole, e sorridendo prese la coppa dalle mani del figlio. Efesto poi versò il nettare a tutti gli altri dèi, cominciando da destra, attingendo dal cratere. Un grande riso si levò tra i beati nel vedere Efesto affaccendarsi per la sala in quel compito.

Così banchettarono tutto il giorno fino al tramonto, e ognuno ebbe la sua parte del convito. Non mancò la lira dorata di Apollo, né il canto alternato delle Muse.

Quando il sole tramontò, ciascuno andò a dormire nel proprio palazzo, costruiti tutti con mirabile arte da Efesto, il fabbro zoppo. Anche Zeus, il dio del fulmine, si ritirò nella sua stanza, dove era solito riposare quando il sonno lo coglieva; e lì salì e si addormentò, con accanto Era dal trono d'oro.

Fine del Libro I