Un sequestro di cellule – sintesi

Il giorno 14.08.2014 era un giorno come un altro per i pazienti di Brescia che avevano trovato sollievo dalle infusioni di cellule staminali. Affetti da malattie incurabili e fatali, trascorrevano le loro ore nei letti oppure, trattandosi per la maggior parte di bambini, erano abbracciati ai loro genitori dai quali non potevano staccarsi per aver perso tutto, anche la vista, i movimenti, l’udito, la nozione dello spazio.

I centri specializzati di malattie rare avevano detto ai genitori “aspettate”. Questa, allo stato attuale, è la loro funzione: diagnosticare la malattia e dimettere. Riescono a diagnosticare solo 150 volte su 8.000: sono circa centocinquanta le malattie alle quali si è dato un nome avendone dedotto la causa pur non disponendo di una terapia, ottomila sono le malattie rare, senza terapia, che portano all’esito infausto dopo un doloroso e inarrestabile declino. Quando la malattia viene individuata è già troppo tardi, i sintomi si aggravano e questi esseri sfortunati non possono neppure candidarsi in eventuali sperimentazioni qualora ce ne fossero. La situazione non cambia neppure se la malattia è stata individuata oltre cento anni fa come la malattia di Krabbe, ad esempio.

Le cellule che venivano sequestrate, per un “pericolo” che Guariniello improvvisamente ravvisava il 14 agosto, non avevano causato alcun “pericolo” a quegli ammalati.

Quando il ministro Beatrice Lorenzin diceva che quelle cellule erano pericolose perché infuse nel cervello suscitava forti reazioni nei pazienti per il semplice fatto che le cellule non venivano inoculate nel cervello e il ministro diceva qualcosa che non stava né in cielo né in terra.

Quando la senatrice Elena Cattaneo interpretava al contrario una sentenza della Corte di Strasburgo sollecitando, tramite la stampa italiana ed estera, l’intervento del CSM contro Tribunali che quella sentenza l’avevano letta correttamente (!) e chiedendo addirittura che fossero tolti i bambini ai loro genitori, inevitabilmente faceva perdere credibilità a tutto il mondo scientifico visto che, spesso, associava la sua persona alla “comunità scientifica”.

Inevitabilmente gli ammalati venivano coinvolti in una bufera mediatica che, tutto sommato, non dispiaceva a Davide Vannoni, laureato in scienze della comunicazione. Le due parti, Davide Vannoni e i suoi denigratori, non dicevano la “verità” che presuppone coerenza con dati oggettivi ed è stata proprio la mancanza di tale riscontro che ha animato la partecipazione dei pazienti e lo scontro con l’altra parte.

Gli ammalati o i loro parenti, grazie a un coinvolgimento popolare, erano riusciti in una quindicina di giorni a raccogliere oltre duecentomila firme consegnate al Senato, ottenendo una legge che prevedeva una sperimentazione. Si sarebbe avuta la possibilità di constatare la reale consistenza dei vantaggi, di sapere quali malattie ne avrebbero beneficiato, di rendersi conto fino a che punto sarebbe valsa la pena di sottoporsi a quelle infusioni. Il ministero e i ricercatori, invece, hanno impedito tale sperimentazione ricorrendo a sotterfugi e, spesso, capovolgendo la verità perdendo credibilità nei riguardi degli ammalati. Di conseguenza, è stato demonizzato da una parte e supervalutato dall’altra un trattamento che, tra interruzioni e riprese, si è rivelato un rimedio inutile in alcuni casi (soprattutto in ammalati adulti), palliativo in altri, più che palliativo o ancora di più in pochi altri casi. Oltretutto da una “cura  compassionevole” non ci si può aspettare qualcosa in più rispetto a un miglioramento di qualità della vita. Sempre meglio del nulla: se migliora la deglutizione o se diminuiscono le crisi epilettiche, se si riesce ad allontanare una mosca che gironzola sul naso, pensateci bene, sembra una cosa futile ma, se succede, dà un sollievo inimmaginabile. Gli ammalati di Brescia, oltretutto, erano gravemente sintomatici, con sistema nervoso centrale e periferico distrutto, per questo esclusi persino da qualsiasi trial. Erano bambini destinati alla morte dopo un atroce calvario.

Il giorno 14.08.2014, in pieno solleone (solleone!), il P.M. Guariniello presentava al G.I.P. di Torino istanza di sequestro preventivo delle cellule staminali di Brescia e di tutte le attrezzature.

Ravvisava improvvisamente un pericolo imminente (pericolo!) per la salute di questi pazienti e il rischio che potesse ripetersi il reato (reato!) che le infusioni venissero continuate.

Adduceva una caterva di norme violate riferendosi a una normativa comunitaria che il legislatore italiano non aveva inteso recepire. Una normativa, quindi, inesistente.

Sosteneva che il Decreto Ministeriale Turco/Fazio fosse ormai decaduto perché sostituito dal recepimento di quella normativa europea ai sensi dell’art. 3 comma 1, lettera f-bis) del D.Lgs. 219/2006, che, invece, come avevano spiegato Balduzzi e Fazio, non era applicabile mancando i decreti attuativi che saranno regolamentati solo a cose fatte, dopo il sequestro delle cellule, con il d.m. del 16 gennaio 2015, pubblicato il 9 marzo 2015. Con il tempo il nero sfuma in grigio fino a diventare bianco. Persino le improbabilità che governano la nostra vita possono essere spiegate, ciò che è stato nascosto viene a galla e il mistero si dissolve con il tempo. Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, è noto a tutti. E il decreto della Lorenzin ne è un esempio.

Inseriva quel sequestro in vicende e addebiti totalmente estranei ai pazienti di Brescia. Estranei nei fatti, nelle persone, nei tempi.

Citava alcuni nomi di pazienti (VILLANI, VONA, NICOTRA, DI STRAVOLA, MANDUCO, FONT) che avrebbero denunciato di aver avuto effetti collaterali  ma nessuno di questi era stato infuso a Brescia. Per quanto emerge dalla documentazione agli atti del procedimento, nei pazienti ai quali furono sequestrate le cellule staminali non erano state registrate manifestazioni collaterali dannose o pericolose per la salute e nessuno di coloro che si opposero a quel sequestro avevano denunciato alcun effetto collaterale. Nessun risultato definitivo o strabiliante ma nessun pericolo. I piccoli ma significativi benefici puntualmente annotati e documentati da diverse strutture ospedaliere rappresentavano molto rispetto al nulla.

Allegava il parere del primo comitato scientifico che era stato bocciato dal TAR non solo per conflitti di interesse ma per gravi inadempienze.

Si faceva mandare, per dar forza alle proprie tesi indebolite dai ricorrenti, il parere del secondo comitato scientifico, direttamente dal Ministero che l’8 ottobre glielo inviava per fax nonostante non lo avesse neppure ufficializzato privando i controinteressati del diritto ad impugnarlo. Il Ministero, infatti, ne prenderà atto solo il 4 novembre. In calce alla Presa d’Atto è riportato: Il presente provvedimento è comunicato a Stamina Foundation. Avverso il presente provvedimento è ammesso ricorso giurisdizionale al Tribunale Amministrativo Regionale ovvero ricorso straordinario al Presidente della Repubblica.

Si trattava di un provvedimento impugnabile (non solo da Stamina ma anche dai pazienti ritenuti dal TAR contraddittorio a tutti gli effetti). Un provvedimento, quindi, che il Tribunale del Riesame, chiamato a decidere sulla convalida del sequestro delle cellule, non avrebbe dovuto allegare agli Atti con effetti determinanti ai fini della pronuncia.

Si trattava, oltretutto, di un report con violazioni identiche  a quelle contestate dal TAR del Lazio al primo Comitato Scientifico ma che era estremamente necessario per vincere la partita del sequestro. Impossibile fermarli senza un parere scientifico, spiegava in una intervista Beniamino Deidda, membro del direttivo della Scuola Superiore di Magistratura. Successivamente Vannoni, rivelandosi debole per alcuni o inaffidabile secondo altri, ritirava il ricorso contro il secondo Comitato Scientifico ottenendo un patteggiamento che lasciava immacolata la sua fedina penale con la non menzione della minima pena patteggiata, riferita essenzialmente a vicende estranee a Brescia, forse riferibili anche a Brescia ove aveva vantato, ad esempio, di aver registrato un brevetto. Invero in data 10 dicembre 2010, v  QUI, prima dell’accordo di collaborazione con gli Spedali di Brescia stipulato in seguito alla deliberazione n. 460 del 2011, risulta inviata la domanda di brevetto che fu pubblicata il 14 giugno 2012 (quando ormai erano state cominciate le infusioni). In seguito fu notificato a Vannoni un preannuncio di rigetto che consentiva di poter ripresentare il brevetto (Vannoni non lo ripresentò): la domanda comprendeva informazioni insufficienti sulla metodologia, la differenziazione avrebbe richiesto un tempo più lungo rispetto a quello descritto, la comparsa di cellule nervose avrebbe potuto riflettere cambiamenti citotossici.

Il dott. Fulvio Porta così risponderà al giudice nel processo che lo vedeva imputato di aver somministrato “farmaci pericolosi”: Il direttore Coppini mi disse di andare a Milano e di parlare con Merlino. Ci andai due volte, la seconda trovai anche Vannoni. Come mai non mi sono stupito che Vannoni non fosse un medico? Era il presidente di una associazione, il direttore scientifico era Andolina e questo per me era una garanzia.

Tutto qui. Un professore di Scienze della Comunicazione, sia pure appassionato e autodidatta in medicina rigenerativa, venuto nella disposizione di un metodo messo a punto da due scienziati ucraini, avendo avuto la disponibilità (grazie al suo direttore scientifico) di uno degli ospedali più importanti d’Europa, disponendo di una biologa laureatasi con il massimo dei voti e di un direttore scientifico di tutto rispetto, il professore di Scienza della Comunicazione avrebbe dovuto fare un passo indietro. Invece si è presentato come padre-scienziato di quel metodo sostenendo di averlo migliorato. L’essersi definito “scienziato” davanti alle telecamere de Le Iene dava una pezza giustificativa alle reazioni dei suoi avversari  che coprivano di insulti tutti coloro che aveva coinvolto e che si erano lasciati coinvolgere. Spesso dimenticava che lui stesso, all’inizio della vicenda, per giustificarsi dall’accusa di plagio, aveva dichiarato  … il nucleo della metodica deriva dagli studi di due scienziati russi.

Effettivamente lo scienziato Vyacheslav Klymenko ed Elena Schegelskaya, biologo molecolare presso il Kharkov National Medical University, furono convinti da Davide Vannoni a venire in Italia diventando soci della Re-Gene Srl che Vannoni aveva fondato insieme ad altri.

I due ucraini, insieme ad altri scienziati, fin dal 2003  sperimentavano una cura con cellule staminali mesenchimali. Lo studio, pubblicato sul Russian Journal of Developmental Biology, sosteneva che, con l’aggiunta di sostanze come l’acido retinoico e l’alcol etilico, le cellule potessero trasformarsi in neuroni (i tempi per la differenziazione erano molto più lunghi rispetto a quelli descritti da Vannoni nella sua domanda di brevetto).

Tale tesi, all’epoca, non aveva sconvolto nessuno. Lo stesso accademico Paolo Bianco, fin dal 2001 aveva preso in seria considerazione la possibilità che si potesse indurre tali cellule a differenziarsi anche in neuroni: Bone marrow stromal cells are progenitors of skeletal tissue components such as bone, cartilage, the hematopoiesis-supporting stroma, and adipocytes. In addition, they may be experimentally induced to undergo unorthodox differentiation, possibly forming neural and myogenic cells. As such, they represent an important paradigm of post-natal nonhematopoietic stem cells, and an easy source for potential therapeutic use. Along with an overview of the basics of their biology, we discuss here their potential nature as components of the vascular wall, and the prospects for their use in local and systemic transplantation and gene therapy. v. QUI

Per ironia della sorte, tale articolo di P. Bianco e di altri autori verrà citato nella domanda di brevetto che Vannoni presenterà nel 2010 in qualità di assegnatario principale.

Sempre il prof. Paolo Bianco,  insieme ad altri, nel marzo 2013 tornò sull’argomento. Con l’articolo, The meaning, the sense and the significance: Translating the science of mesenchymal stem cells into medicine, inviato a PubMed e a Nature Medicine prendeva atto che negli ultimi dieci anni, un certo numero di studi avevano perseguito l’idea che una vasta gamma di tessuti extra scheletrici potesse essere rigenerata direttamente da “MSC” come le cellule del fegato o neuroni. Nella nota 44, ad esempio, citava lo studio di Woodbury D, Schwarz EJ, Prockop DJ, Black IB. Adult rat and human bone marrow stromal cells differentiate into neurons. J Neurosci Res. 2000;61:364–370. [PubMed]: During the past decade, a number of studies have pursued the idea that a broad range of extra-skeletal tissues could be directly regenerated by “MSCs” Notably, these tissues included not only extra-skeletal tissues that are otherwise derived from mesoderm (as are skeletal tissues, except the facial bones), but also derivatives of other germ layers such as liver cells or neurons.44 Inscribed.

Ma appena fu pubblicato il decreto Balduzzi si scatenò il putiferio e fu nuovamente ridimensionato il ruolo delle cellule staminali mesenchimali. Dal sito ASLA ancora oggi è possibile scaricare questo articolo di Paolo Bianco ove l’accademico afferma che … Le cellule staminali mesenchimali si trovano nel midollo osseo e sono i progenitori dei diversi tessuti che compongono lo scheletro. Possono rigenerare quei tessuti, ma non altri, non il tessuto nervoso. … 

Da allora gli avversari di Vannoni, con la senatrice Elena Cattaneo in prima fila, ricominciarono a sostenere che tali cellule possono trasformarsi solo in tessuto osseo, cartilagine e tessuto adiposo, ma non in neuroni nonostante numerosi studi recenti confermino le tesi dei ricercatori ucraini riprese nella domanda di brevetto di Vannoni.

L’articolo scaricato dal sito Asla continua ricordando la genesi del metodo Stamina: Per di più, è stato recentemente dimostrato, i dati della domanda di Brevetto di Stamina, unico documento scritto del “metodo”, sono presi di peso dal lavoro Ucraino, e sono sono presentati come risultato del “metodo” Stamina, mentre sono invece il risultato del “metodo” ucraino, specificamente diverso secondo Stamina. Cioè, varia il metodo, non variano le foto. Secondo notizie recenti la Magistratura starebbe per concludere una inchiesta pluriennale con la richiesta di rinvio a giudizio per i membri di Stamina (N.d.R. Il processo, purtroppo, non è stato celebrato e sono rimasti molti punti oscuri che avrebbero meritato chiarimenti).

La sostanza dell’affermazione è fondata e non può essere disconosciuta dallo stesso Vannoni che, lo ricordo, aveva affermato … il nucleo della metodica deriva dagli studi di due scienziati russi (anche se risulta diverso in alcune condizioni sperimentali, nel tempo di incubazione già accennato ma con immagini identiche!). 

La stessa Schegelskaya, che era stata in Italia con Vannoni fino al 2009, conferma di aver conosciuto Vannoni. A una giornalista risponde che quelle immagini fanno parte di articoli suoi e di altri coautori, pubblicati negli anni dal 2003 al 2006 prima di aver conosciuto Vannoni e che questi non avrebbe dovuto utilizzare quelle immagini senza il loro consenso. Con tale risposta congeda la giornalista significandole che non avrebbe gradito ulteriori telefonate:  Please don’t trouble me by calls. I dont want to continue to discuss the problem.

Chi ha pazienza può leggersi lo studio che a sec. 1101 (pag. 98) riporta la puc. 5. Uno studio che non ebbe e non ha mai avuto alcun problema e sul quale nessuno si permise e si permette di avanzare una minima osservazione! Ma quelle cellule, risultato di uno studio simile presentato però da un professore di Scienze della Comunicazione, saranno destinate a patire tutte le aggettivazioni più impietose (e anche volgari), da ‘veleno di serpente’ a ‘brodaglia’, ‘miscuglio’, ‘intruglio’, ‘mistura’ e via dicendo, causa di disastrosi, indicibili e orribili effetti collaterali, di timori espressi anche da persone totalmente estranee e sconosciute ai pazienti, oggetto di scherno da parte di bravi studenti servili, piccoli ricercatori, ricercatori in cerca di lavoro e di accrediti, difensori della Patria e degli ammalati, occupati a tempo pieno sui social fin dall’inizio della vicenda, quando Davide Vannoni avrebbe dovuto decidere di fare un salvifico e immediato passo indietro affidando la barca a un pioniere dei trapianti in Italia, da lui nominato vicepresidente pur senza stipendio (Andolina è fatto così), che godeva di un prestigio tale da averlo fatto entrare in uno degli ospedali più importanti d’Europa con l’unica speranza di aiutare in qualche modo soprattutto quei bambini sfortunati.

Come mai non mi sono stupito che Vannoni non fosse un medico? Era il presidente di una associazione, il direttore scientifico era Andolina e questo per me era una garanzia.

Ma ora il fango cadrà senza incontrare argini. Il dott. Andolina non c’è più e Vannoni non è immune da debolezze che potrebbero procurargli danni e fango a volontà.