VS_Fumus e periculum in mora ravvisati in pieno solleone

La misura restrittiva del GIP e le conclusioni del Tribunale del Riesame appaiono in pedissequa adesione alle prospettazioni accusatorie dell’Ufficio dell’Accusa da cui hanno recuperato, e riproposto acriticamente, la vasta congerie delle risultanze delle risalenti indagini di polizia giudiziaria.

Negli Atti del Sequestro non vi è una qualsiasi indagine condotta con criteri scientifici che abbia potuto accertare e dimostrare, con l’eloquenza risolutiva dei risultati acquisiti, la nocività o la stessa pericolosità della metodica Stamina.




Tanto meno si può vedere come ascrivere le necessarie connotazioni dell’induzione di un pericolo rilevante ex art. 321 c.p.p., e che dovrebbe perciò essere attuale e concreto, le ragioni di urgenza e di novità che hanno reso improcrastinabile l’adozione della misura cautelare nell’agosto 2014, dopo che per lunghi anni (il procedimento penale reca l’indicazione dell’anno 2009!) non si era avvertita dall’organo inquirente alcuna necessità di interrompere la somministrazione dei trattamenti “incriminati”.

Non v’è alcuna motivazione su tale ultimo aspetto, al punto da indurre a considerare che l’unica novità pericolosa ed ingravescente, da realmente contrastare, possa essere stata rappresentata dalla numerosità delle decisioni giudiziali che in tutto il territorio nazionale – cognita causa e, davvero, toto corde – sono venute sostanzialmente manifestando un avviso assolutamente contrario al teorema coltivato dall’Accusa, ritenendo persino giovevoli – al punto di disporli con forza imperativa – trattamenti sanitari da quest’ultima giudicati dannosi per la salute dei pazienti e quindi, secondo il nuovo consiglio, da inibire. Ad una stregua tale, insomma, da utilizzarsi, la misura cautelare, in modo singolarmente paradossale (rectius abnorme), quale rimedio per paralizzare rituali ed ortodossi atti di esercizio della giurisdizione dello Stato, anche se di acquisita esecutività.




I legali dei ricorrenti hanno evidenziato come il sequestro delle cellule contraddica e leda il diritto alla salute dei pazienti nella loro fisionomia di situazione giuridica soggettiva piena (il diritto alla salute è significativamente l’unico, tra i diritti primari, ad essere qualificato come diritto fondamentale dell’individuo dal Costituente), (diritto) che, come è stato sottolineato, in funzione della tutela della dignità umana, assume una dimensione più ampia della tradizionale attesa dei mezzi di guarigione e comporta anche il titolo alla fruizione di quelle cure, come le cure palliative, che, se non in grado di incidere sulla evoluzione della malattia, garantiscono al malato una vita quanto meno dignitosa, alleviandone il pregiudizio fisico ed esistenziale (Cass. civ.,sent. n. 9969/2012).

Un tale profilo di illegittimità è ancora più pregnante dal momento che detto diritto aveva nella fattispecie ottenuto un sicuro e deciso riconoscimento giudiziale attraverso i ricordati provvedimenti dei Tribunali, sicché la misura cautelare accolta viola altresì, e vanifica, un precedente provvedimento dell’Autorità Giudiziaria vertente sul medesimo oggetto.

A ben considerare, un dato circostanziale che sul piano logico vale ad indubbiare seriamente il delinearsi, nella fattispecie, del necessario fumus, è proprio costituito dalla contestuale esistenza di una valutazione giudiziale preesistente, assistita da appagante e compiuta motivazione giustificativa, per cui dei Tribunali (per di più in composizione collegiale), conosciute le vicende ed apprezzati gli aspetti medico-scientifici controversi, sono pervenuti a risultati conclusivi diversi, ed anzi opposti, rispetto a quelli attinti nel decreto del 21.8.2014, in ordine alle caratteristiche ed alle proprietà del trattamento a base di cellule staminali mesenchimali, certamente disconoscendone, ed in termini espliciti, elementi di pericolosità o di nocività (ed anzi prendendo atto dei miglioramenti attestati sui pazienti dalle certificazioni mediche prodotte).

L’esistenza di (peraltro assai numerose) posizioni valutative giudiziali nettamente contrastanti sul medesimo oggetto è, ragionevolmente, di per sé significativa della plausibile proponibilità di letture quanto meno alternative sull’aspetto cruciale che interessa, e sul piano della logica contraddice l’ipotesi che l’approccio accusatorio, sostanziatosi nel provvedimento impugnato, sia stato sorretto da probabilità qualificate di fondatezza, capaci di configurare il fumus necessario all’adozione della misura cautelare.

L’assunto della pericolosità per la salute pubblica della pratica delle cure secondo il metodo Stamina si pone anche in contraddizione con le previsioni della legge dello Stato (il d.l. n.24/2013, cd. decreto Balduzzi, convertito nella l. n 57/2013), intervenuta a regolare in via di urgenza (accanto alla fattispecie dell’impiego terapeutico dei medicinali sottoposti a sperimentazione clinica) “l’impiego dei medicinali per terapie avanzate, preparati su base non ripetitiva”.




L’art. 2 del d.l. in questione consentiva infatti espressamente la possibilità per le strutture sanitarie di proseguire e completare i trattamenti su singoli pazienti che  fossero stati già avviati mediante il ricorso a terapie avanzate a base di cellule staminali mesenchimali.

Si tratta, inequivocabilmente, come si legge nella relazione che accompagna il disegno della legge di conversione del citato d.l., di una disposizione che si riferisce proprio ai trattamenti già all’epoca in corso – secondo il protocollo Stamina – presso l’Azienda Ospedaliera di Brescia, e che trova la sua ragione nella esigenza di risolvere – a favore dei pazienti sotto cura – il rilevante contenzioso giudiziario insorto dopo il noto provvedimento interdittivo dell’AIFA in data 15.5.2012.

Può dunque a buon diritto affermarsi che lo stesso legislatore, nel momento in cui autorizza normativamente la prosecuzione delle terapie con impiego di cellule staminali mesenchimali, dimostra di considerare tali terapie non pericolose né per la salute individuale, né per la salute pubblica.

Sicché, sembra del tutto ragionevole concludere che la valutazione di pericolosità che sostiene la misura cautelare adottata dal GIP presso il Tribunale di Torino risulti smentita, oltre che dai giudizi formulati in sede di procedimento civile da un elevato numero di Tribunali nazionali, dalla stessa legge dello Stato: il che rende davvero assai arduo accedere all’opinione della fondatezza della stessa ipotesi accusatoria recepita dal Giudice torinese, autorizzando di conseguenza ogni ragionevole riserva in ordine alla ravvisabilità del fumus viceversa divisato nel provvedimento impugnato.

Né, nel vaglio del fumus commissi delicti, può trascurarsi che, per quanto emerge dalla documentazione agli atti del presente procedimento, nei numerosi piccoli pazienti non si sono registrate manifestazioni collaterali dannose o pericolose per la salute, essendosi anzi avuti segni di oggettivi e significativi benefici, puntualmente annotati e documentati dai medici curanti.

Allo stesso modo deve considerarsi il fatto notorio che i medici dell’Ospedale di Brescia abbiano segnalato al Direttore Generale dell’Azienda di avere effettuato circa 400 infusioni, di tipo endorachide ed endovena, senza che fosse comparso alcun tipo di effetto collaterale.

Anche a fronte di tali emergenze, il Tribunale del Riesame adito maggiormente avrebbe dovuto riflettere, in chiave di valutazione sul fumus, in ordine al fatto che in realtà, al di là di molti proclami sulla stampa autoreferenzialmente asseveranti la inutilità e la pericolosità della terapia Stamina, manca, quanto meno allo stato, agli atti del procedimento, qualsiasi indagine condotta con metodo scientifico, effettivamente dimostrativa o giustificativa di siffatti assunti.

Quanto poi al periculum in mora, si è già più sopra espressa seria perplessità, che del resto appare naturale e ragionevole, circa il repentino delinearsi, nell’estate dell’anno 2014, dopo anni di stasi, di una situazione di sopravvenuto pericolo, dotata di attualità e concretezza, circa una protrazione o un aggravamento dei reati contestati agli imputati.

P.M., GIP, GUP, Tribunale del Riesame motivano sul presupposto in questione essenzialmente segnalando, quali fattori giustificativi, da un lato, la creazione di un movimento di opinione da parte degli imputati medesimi, volto ad influenzare le scelte legislative e giudiziarie sulla base di una falsa rappresentazione della realtà, dall’altro, l’essere in corso presso gli Spedali Civili di Brescia la somministrazione della terapia Stamina. Un ragionamento illogico nel primo profilo e logicamente e giuridicamente aberrante nel secondo.

Ed invero, avrebbero dovuto spiegare, ma con ben altra ampiezza informativa, come e perché mere manifestazioni o comunicazioni di opinioni o di convincimenti provenienti da alcuni degli imputati, o le proteste e le sollecitazioni presso le istituzioni politiche regionali provenienti dai familiari dei pazienti, sarebbero diventate, da libere espressioni del proprio pensiero, contegni capaci di far configurare il pericolo immediato e non astratto, bensì effettivo e legato alle circostanze del caso concreto, del perfezionamento dei reati ascritti o della commissione di reati ulteriori attraverso l’impiego dei beni in sequestro.

Al riguardo, in realtà, è perfettamente acclarato in atti che, anche alla luce dell’atteggiamento resistente assunto dagli Spedali Civili di Brescia dopo la diffida dell’AIFA, l’unica possibilità che avevano i pazienti di ottenere l’avvio o la prosecuzione del trattamento Stamina era costituita da ricorso all’Autorità Giudiziaria: sicché, unicamente ad un provvedimento di quest’ultima era di fatto condizionata la messa in opera della terapia in questione e l’attivazione dei mezzi e dei presidi che si era ritenuto di porre sotto sequestro.

Se così è, come pare (in assenza di qualsiasi risultato di indagine che abbia diversamente acclarato), si è delineato l’ulteriore scenario straordinario (nel senso proprio di extra ordineme paradossale per cui la misura cautelare emessa sia stata volta a impedire la concreta attuazione degli eventuali, legittimi, provvedimenti di Giudici dello Stato che, ritenendo di accogliere i ricorsi dei pazienti, abbiano disposto imperativamente la somministrazione delle cure invocate.

In un siffatto contesto, che certo appare assai distante dal fisiologico funzionamento di un ordinamento giuridico unitariamente inteso e dalla regola-cardine della certezza del diritto (e che disorienta la collettività ed angoscia chi si è visto inopinatamente deprivato della fruizione di un diritto fondamentale), non si vede come si possa aver parlato – senza incorrere nell’assurdo e nella stravaganza giuridica – di periculum in mora, dal momento che la situazione “pericolosa” che veniva prefigurata, e che avrebbe richiesto una gravità rilevante ai sensi dell’art. 321 c.p.p., sarebbe derivata dall’ossequio verso un atto di esercizio della giurisdizione dello Stato e dalla esecuzione dello stesso.