Sentenza della Cassazione

[dropcap]L[/dropcap]L’Ordinanza del Tribunale del Riesame viene impugnata davanti alla Cassazione che, in data 21.4.2015, deposita tre sentenze per i distinti ricorsi. Risultando identiche nella sostanza, espongo i fatti come se ci fosse una sola sentenza.

Il Tribunale del Riesame aveva fatto proprie le conclusioni errate del GUP (che riprendeva le conclusioni del GIP, che riprendeva quelle del P.M., che riprendeva quelle non ufficiali dell’AIFA e quelle teoriche della Cattaneo). Conclusioni errate, diametralmente opposte a quelle esposte minuziosamente in Commissione Senato dall’ ex ministro Balduzzi che indicò nel decreto Turco/Fazio e nella legge 57/2013 le uniche normative vigenti.

[pullquote-left] Normativa: una ricostruzione errata dall’AIFA alla Cassazione [/pullquote-left]

Le conclusioni del GUP, del Tribunale Riesame e della Cassazione, non tengono presente che il decreto Turco/Fazio fosse in vigore e, addirittura, tentano di dimostrare che la legge 57/2013, fatta per gli infusi di Brescia, non si riferisse a questi né alla struttura di Brescia. Semplicemente assurdo!

La ricostruzione ERRATA viene ritenuta ESAURIENTE dai giudici di Cassazione al punto da affermare che la conformità alle vigenti disposizioni in tema di qualità, tracciabilità e farmacovigilanza viene, invece, per la prima volta esaminata in maniera approfondita nell’ambito del presente procedimento.  È sufficiente, invece, questa sola sentenza a dimostrare che l’argomento era stato esaminato seriamente e in maniera approfondita dai duecento giudici del lavoro.

[pullquote-left] A pag. 49 del Provvedimento del GUP viene riportato: [/pullquote-left]

In sostanza, dal complesso normativo comunitario e nazionale si evince che:
1 – la produzione di medicinali avanzati contenenti cellule staminali deve essere espressamente “autorizzata dall’autorità competente della Stato membro” (art. 28 co. 2, Regolamento 2007/1394/CE);
2 – gli Stati membri devono far sì che, per tali medicinali, “la tracciabilità”, “i requisiti di farmacovigilanza” e “gli specifici requisiti di qualità” siano “equivalenti a quelli previsti a livello comunitario per quanto riguarda i medicinali per terapie avanzate per i quali è richiesta l’autorizzazione a norma del regolamento (CE) n. 47261/2004” (art. 28 co. 2, Regolamento 2007/1394/CE);
3 – lo Stato Italiano ha individuato nell’ AIFA l’autorità competente al rilascio dell’autorizzazione alla produzione di tali medicinali (art. 3, co. I, lett. f-bis, D.Lgs. 24.4.2006, n. 219, introdotto dall’art. 34 L. 7.7.2009, n. 88);
4 – l’autorizzazione è richiesta anche nel caso di usi terapeutici non commerciali e lo Stato italiano ha stabilito altresì che compito specifico dell’ AIFA è di garantire (a norma della citata fonte comunitaria e della legge italiana) “la tracciabilità”, “i requisiti di farmacovigilanza” e “gli specifici requisiti di qualità” (quelli cioè di buona fabbricazione) dei prodotti da utilizzare a scopo compassionevole in modo ‘”equivalente” a quanto previsto per i medicinali per terapie avanzate, per i quali è richiesta l’autorizzazione all’immissione in commercio (AIC).

[pullquote-left] La Cassazione fa proprio tale quadro del tutto errato [/pullquote-left]

La Cassazione dapprima riporta i fatti:

Con l’ordinanza impugnata, il Tribunale del Riesame di Torino ha confermato il decreto emesso in data 29/09/2014 dal GUP dello stesso Tribunale con cui era stato confermato ai sensi dell’art. 27 cod. proc. pen. il sequestro preventivo, già disposto dal GIP, dei materiali e dei prodotti depositati presso il Laboratorio Cellule Staminali dell’Azienda Ospedaliera ‘Spedali Civili’ di Brescia, pertinenti ai trattamenti sanitari avviati sui diversi pazienti secondo il cd. metodo Stamina ideato da Davide Vannoni a base di infusioni di cellule staminali mesenchimali.

Subito dopo riporta le motivazioni addotte dal Tribunale del Riesame che, per comodità del lettore, riporto numerandole:

  1. aveva inquadrato il cd. metodo Starnina nella categoria dei medicinali per terapie avanzate ad uso umano preparati su base non ripetitiva per determinati pazienti;

  2. aveva osservato che nessuna autorizzazione alla relativa fabbricazione era stata rilasciata dalla Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA);

  3. non risultavano rispettate le buone prassi di fabbricazione né osservate le vigenti disposizioni in tema di qualità, tracciabilità e farmacovigilanza.

Il riconoscimento dell’inquadramento del c.d. metodo Stamina nella categoria dei medicinali per terapie avanzate ad uso umano preparati su base non ripetitiva per determinati pazienti poteva ritenersi una conquista dei ricorrenti. Infatti, davanti al GIP e al GUP avevano fatto rilevare che il sequestro era da considerarsi illegittimo non dovendosi inquadrare quel trattamento quale sperimentazione ma come terapia individuale (c.d. cura compassionevole) non soggetta alle norme europee non ancora recepite e, pur recepite, non ancora vigenti mancandone i decreti attuativi. E questo lo avevano spiegato a chiare lettere due ministri della Salute.




Ciò nonostante, il Tribunale (e la Cassazione che accoglie le tesi del Tribunale, che accoglie le tesi del GUP e così via) non si avvede di aver messo sullo stesso piano le norme relative alle terapie individuali, regolamentate in Italia fino a quel momento, con norme riguardanti le sperimentazioni O la produzione industriale o l’immissione in commercio (AIC) O le norme sulle terapie individuali (vigenti in altri Paesi europei ma non Italia mancando i decreti attuativi).

Non se ne avvede la Cassazione al punto da mettere in discussione persino la vigenza della legge 57/2013 “per le rilevanti modifiche apportate in sede di conversione in legge del decreto Balduzzi“.

EPPURE QUELLE RILEVANTI MODIFICHE, PROPRIO QUELLE, DIMOSTRANO IN MANIERA CHIARISSIMA CHE IL LEGISLATORE NON AVEVA INTESO RECEPIRE LA NORMATIVA COMUNITARIA (v. QUIPER CUI LA LEGGE 57/2013 ERA PIENAMENTE VIGENTE.

CERTAMENTE, SE I GIUDICI DI CASSAZIONE AVESSERO DATO UNO SGUARDO AL DECRETO LORENZIN, PUBBLICATO ALCUNI MESI DOPO IL SEQUESTRO DELLE CELLULE, AVREBBERO TROVATO LÌ QUELLA NORMATIVA COMUNITARIA CHE AVEVANO RITENUTO FOSSE STATA VIOLATA. UNA NORMATIVA ALL’EPOCA DEI FATTI INESISTENTE!

È sufficiente leggere il commento della ministra Lorenzin: Il Decreto che ho firmato costituisce uno strumento normativo molto importante perché regolamenta in maniera stringente la preparazione su base non ripetitiva e l’utilizzo di medicinali per terapie avanzate al di fuori delle sperimentazioni cliniche, limitandoli esclusivamente a ospedali pubblici, cliniche universitarie o istituti di ricovero e cura a carattere scientifico. Si fa riferimento a trattamenti eseguiti su singoli pazienti, in mancanza di alternative terapeutiche o in situazioni di estrema urgenza o pericolo di vita, che dovranno essere preventivamente autorizzati dall’Agenzia Italiana del Farmaco e dovranno rispettare i requisiti previsti dalle normative europee e dalle norme di buona fabbricazione.

Solo dal marzo 2015 è necessaria l’autorizzazione dell’AIFA.

Solo dal marzo 2015 sono stati predisposti i decreti attuativi che recepiscono quella famosa normativa comunitaria inerente anche le norme di buona fabbricazione (GMP). Fino a quel momento, invece, era in vigore il decreto 5 dicembre 2006 (Turco/Fazio) e la L. 57/2013 (fatta per gli infusi) che derogavano esplicitamente, come vedremo, dall’applicazione di quelle norme comunitarie.

Il decreto Turco/Fazio, infatti, viene abrogato proprio da questo decreto della Lorenzin che all’Art. 9 co. 2. recita: È ABROGATO IL DECRETO DEL MINISTRO DELLA SALUTE 5 DICEMBRE 2006.

Nonostante ciò, la Cassazione aveva rilevato:

2. nessuna autorizzazione alla relativa fabbricazione era stata rilasciata dalla Agenzia Italiana del Farmaco (L’AUTORIZZAZIONE NON ERA RICHIESTA) – v. QUI

3. non risultavano rispettate le buone prassi di fabbricazione né osservate le vigenti disposizioni in tema di qualità, tracciabilità e farmacovigilanza (ERANO STATE RISPETTATE TUTTE LE PRASSI DI FABBRICAZIONE ALL’EPOCA VIGENTI).

[pullquote-left] Il quadro normativo (allora inesistente) lo ritroveremo solo dopo, con il decreto del ministro Lorenzin [/pullquote-left]

La disamina sulla Normativa delle terapie individuali, seppure superflua date le premesse appena riportate, inizia da QUIPer dissipare qualsiasi minimo dubbio, nell’esposizione ho incollato anche quanto aveva esposto lo stesso ex Ministro della Salute prof. On.le Renato Balduzzi circa la normativa comunitaria e quella nazionale. Ho fatto anche riferimento al d.m. Turco/Fazio, al decreto Balduzzi, al disegno di conversione, alla legge 57/2013, alla continua ambiguità perseguita dall’AIFA nel confondere, dall’inizio alla fine, le sperimentazioni con le terapie individuali.




L’incriminazione penale e i conseguenti addebiti

(MEDICINALE IMPERFETTO, SOMMINISTRAZIONE PERICOLOSA, CURE NON AUTORIZZATE DALL’AIFA), fondati su presupposti errati, risultano errati:

Va, infatti, osservato che secondo la ricostruzione, oltre modo esauriente, del quadro della vigente normativa nazionale ed europea applicabile operata dal Tribunale di Torino, detto trattamento costituisce a tutti gli effetti un medicinale imperfetto, tale dovendosi ritenere, fra gli altri, quello non preparato secondo le rigorose prescrizioni scientifiche (Sez. 1, sent. n. 8936 del 26/04/1985, Casertano, Rv. 170676; Sez. 2, sent. n. 5188 del 09/02/1979, Alecce, Rv. 142170) o secondo i precetti della tecnica farmaceutica (Sez. 4, sent. n. 627 del 24/02/1971, Stigliano, Rv. 117962), la cui somministrazione è considerata pericolosa dal legislatore a prescindere dai concreti effetti negativi o anche dall’assenza di effetti prodotti sulla salute dei pazienti, atteso che il pericolo non è un requisito del fatto, ma la ratio stessa dell’incriminazione penale (Sez. 1, sent. n. 8861 del 06/07/1993, Pardi, Rv. 197014).

SUGLI ASSERITI EFFETTI COLLATERALI E SULLA POTENZIALE PERICOLOSITÀ

Il Tribunale del Riesame di Torino aveva osservato che

un accertamento ispettivo dei NAS Carabinieri presso gli Spedali Civili di Brescia aveva formulato vari rilievi critici sulla gestione del laboratorio utilizzato dal personale Stamina, dante luogo a conseguente provvedimento di inibitoria da parte della stessa AIFA; che esito negativo aveva dato apposita indagine disposta dal Ministero della salute nel maggio 2012;

Sono state sempre ignorate le numerose e autorevoli contestazioni a tali addebiti. L’Accusa aveva riportato negli Atti del sequestro persino addebiti riconosciuti inesistenti con la seconda ispezione.  v. QUI

Tali fatti “vecchi”, oltretutto, erano stati superati ad abundantiam dalla L. 57/2013 che esplicitamente consentiva agli infusi di Brescia di continuare i trattamenti a Brescia.

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erano state raccolte plurime denunce di pazienti che avevano avvertito malori dopo il trattamento o notato peggioramenti nel decorso delle rispettive patologie; a tal proposito la Corte … questo Collegio non è tuttavia esentato dal rilevare che risulta …che il cd. trattamento Stamina costituisca un medicinale tecnicamente imperfetto e somministrato in modo potenzialmente (e in alcuni casi anche concretamente, v. indicazioni a pag. 31 ordinanza impugnata) pericoloso per la salute pubblica, situazioni di per sé integranti la ricorrenza dei reati di pericolo presunto di cui agli artt. 443 e 445 cod. pen. che fondano il proprium del provvedimento di sequestro preventivo

Quanto alla astratta configurabilità dell’art. 445 cod. pen., va osservato che una delle ipotesi che lo integrano è quella di somministrazione di sostanze medicinali in specie, qualità o quantità diversa da quella dichiarata, anch’essa ritenuta presuntivamente pericolosa dal legislatore e che nel caso del cd. trattamento Stamina un pericolo presunto certamente sussiste, dal momento che a tutt’oggi ne sono sconosciute sia la composizione farmacologica sia l’efficacia terapeutica.

NEGLI ATTI DELL’ACCUSA NON C’È TRACCIA DI UN SOLO EFFETTO COLLATERALE OCCORSO A UNO SOLO DEI RICORRENTI. NON C’È TRACCIA DI CONTESTAZIONE DEL DOCUMENTO OVE GLI OSPEDALI AFFERMANO DI AVER EFFETTUATO 400 INFUSIONI SENZA EFFETTI COLLATERALI. I PAZIENTI DI CUI SI PARLA NON C’ENTRANO NIENTE CON LE INFUSIONI DI BRESCIA v. QUI

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un pericolo presunto certamente esiste

IN UN PROCESSO PENALE BISOGNA PARTIRE DAL PRINCIPIO DELLA NON CONSIDERAZIONE DI COLPEVOLEZZA. NON SI PUO’ DEDURRE LA COLPEVOLEZZA BASANDOLA SULLA PRESUNZIONE OLTRETUTTO SENZA FONDAMENTA ESSENDO I RICORRENTI PROVE VIVENTI DELLA MANCANZA DELLA PRESUNTA PERICOLOSITÀ

ne sono sconosciute sia la composizione farmacologica

La “composizione farmacologica” era nota già al TAR di Brescia ove Vannoni espose quali materiali usava e la loro origine. Mi sono soffermato anche QUI. Ancora una volta sembra che si confonda il metodo (sconosciuto) con il risultato finale v. QUI

Inoltre, composizione – quantità di cellule – vitalità e purezza erano conosciutissime all’AIFA, all’IIS. al CNT, al Ministero della Salute che ricevevano puntualmente i risultati degli esami di laboratorio. Invero, se si fosse trattato di detriti, sarebbe stata gravissima la loro inerzia visto che non hanno mai pubblicato un solo dato anomalo né risulta allegato agli Atti del sequestro.  v. QUI.

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sia l’efficacia terapeutica

Sulla inesistenza dell’efficacia terapeutica la Corte aggiunge:

i consulenti tecnici del PM e praticamente la totalità della comunità scientifica nazionale e internazionale (tra cui due Premi Nobel della materia) si erano espressi nel senso dell’assenza di basi scientifiche del trattamento;

La Corte, nel ritenere tali pareri determinanti, aggiunge un inciso: pareri per nulla inficiati dalle affermazioni di efficacia, peraltro transeunte (v. su tale aspetto anche lo articolo a firma dei dottori M. Villanova e l R. Bach in via di pubblicazione sull’American Journal of Physical Medicine & Rehabilitatrion di maggio 2015 allegato alla memoria da ultimo prodotta da alcuni ricorrenti)

Nella vicenda abbiamo assistito al protagonismo di alcuni ricercatori che hanno condotto una lotta strenua fin dall’inizio contro Stamina, senza analizzare cellule, pazienti e risultati clinici, senza farsi scrupoli neppure quando dicevano falsità persino nelle sedi istituzionali o interpretavano a modo loro una fondamentale sentenza della Corte di Giustizia europea – v. QUI ma anche QUI

I ricercatori-scienziati, che non hanno mostrato alcun pregiudizio e ritenevano utile fare la sperimentazione prevista da una legge dello Stato, sono stati offesi e snobbati nelle carte dell’Accusa. L’unico studio scientifico  su tre bambini infusi, con la stessa malattia, è stato  pubblicato proprio da questi ultimi v. QUISul loro effettivo parere circa l’efficacia terapeutica v. QUI.

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per due volte, infine, un Comitato Scientifico nominato dal Ministero della Salute, in diversa composizione soggettiva, si era pronunciato per l’inadeguatezza e l’inconsistenza scientifica del cd. metodo Stamina

Se la Corte avesse dato uno sguardo alle linee-guida dettate dal TAR, avrebbe dedotto che neppure il secondo Comitato Scientifico le aveva rispettate. IL TAR È L’UNICO ORGANO DI GIURISDIZIONE AMMINISTRATIVA COMPETENTE A GIUDICARE SUI RICORSI PROPOSTI CONTRO ATTI AMMINISTRATIVI.

Credo che i giudici di Cassazione avrebbero dovuto attendere che il TAR si pronunciasse sul merito dei ricorsi presentati dagli stessi ricorrenti, dopo la rinuncia di Vannoni, contro le decisioni del secondo Comitato Scientifico.

Probabilmente avrebbero dovuto esprimere il proprio parere circa la liceità o meno del comportamento tenuto dal P.M. che aveva chiesto a Vannoni di ritirare la sua impugnazione visto che la motivazione addotta dal P.M. sul ritiro del ricorso e quelle della stessa Corte sono diametralmente opposte.  Inoltre, non credo sia ammissibile addurre come prova un atto bocciato e un altro, simile, la cui impugnazione è stata impedita. Un atto sul quale il TAR non ha potuto pronunciarsi.

SE LE CELLULE DI BRESCIA FOSSERO STATE PERICOLOSE, COME MAI IL MINISTRO BALDUZZI, SENTITI L’AIFA E L’IIS, AVEVA DIRAMATO QUESTO DOCUMENTO SCONOSCIUTO NELLE CARTE DELL’ACCUSA? Non meritava attenzione da parte della Corte visto che fu prodotto dai ricorrenti e mai accennato né impugnato dall’Accusa?

Eppure il direttore dell’AIFA aveva dichiarato, pur dopo il sequestro delle cellule: Non è stata minimamente inibita l’infusione che Noemi avrebbe potuto fare normalmente come era accaduto con Celeste la settimana scorsa(v. QUI) Tale dichiarazione non conferma ancora una volta che l’AIFA NON HA DATI NEGATIVI SU PAZIENTI E INFUSIONI?

Luca Pani, proprio lui, aveva dichiarato pubblicamente che quel sequestro si era reso necessario per la richiesta, da parte del dott. Andolina, di poter effettuare alcuni esami prima e dopo l’infusione. Voleva far credere che ravvisava in tale richiesta il tentativo di fare esperimenti illegali. Ciò non dimostra ancora una volta che, negare l’accoglimento di una legittima richiesta a poter fare qualche esame clinico in più, per seguire il decorso della malattia, significava negare una richiesta tesa a fare chiarezza.

D’altronde, non è la stessa Accusa (e lo stesso Luca Pani) a imputare la scarsità della documentazione medica ospedaliera? Tali contraddizioni non originano interrogativi che meritano appropriate risposte da necessarie indagini giudiziarie? (v. QUI)

Infatti, il P.M. Guariniello, nell’ultima udienza, consegnò al Tribunale del Riesame una dichiarazione dell’AIFA. Tale dichiarazione e relativa considerazione da parte del Tribunale è riportata a pag. 39: Assolutamente univoca sul punto è poi la valutazione tecnico-scientifica dell’AIFA del 10.02.2014 (Faldone 37, pag. 418; altresì riportata nell’All. 2 della memoria del PM depositata all’udienza del 22.10.2014), nella parte in cui ha sottolineato che nell’attività posta in essere dal personale STAMINA presso gli Spedali Civili di Brescia “non solo non esisteva un piano sperimentale come sarebbe stato necessario in una vera sperimentazione clinica, ma neanche un piano di diagnosi, monitoraggio e follow-up dei pazienti, che invece rientra pienamente nelle procedure di natura strettamente assistenziale che ci si attendono da un presidio ospedaliero del livello degli Spedali Civili.

Insomma, Luca Pani lì vieta gli esami e qui deposita una valutazione tecnico-scientifica dove evidenzia la mancanza di un piano di diagnosi, monitoraggio e follow-up dei pazienti. Oltretutto sapeva benissimo che dopo la sua ordinanza i medici erano tenuti a rispettare le ordinanze dei giudici che ordinavano le infusioni e non potevano fare altro a causa del divieto da lui imposto.

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il tentativo del Vannoni di brevettare il metodo da lui messo a punto negli Stati Uniti d’America (presso l’USPO) aveva avuto esisto negativo, mentre la domanda di brevetto presso il competente organismo europeo (EPO) era stata da lui stesso successivamente ritirata;

Qualora Stamina non ne avesse dato notizia agli Spedali, potrebbe ravvisarsi una scorrettezza nei riguardi degli stessi, poco probabilmente un illecito penale, ma IL DECRETO TURCO/FAZIO NON RICHIEDEVA ALCUN BREVETTO, consentendo, esplicitamente, terapie non sperimentate. Bisogna ricordare, almeno ogni tanto, che vice presidente della Stamina era il dott. Marino Andolina, pioniere di trapianti di cellule. Era sufficiente la presenza di una tale personalità per dare credibilità al progetto. E qui sta tutta la questione. Vannoni ha fatto la sua parte nell’affossare quel trattamento presentandosi come padre di una metodica che, invero, derivava essenzialmente dalla ricerca, regolarmente pubblicata, risalente al 2006, di un gruppo di scienziati ucraini che non fu macchiata da una minima osservazione. Il dott. Andolina, direttore scientifico pur senza stipendio (Andolina da una vita lavora gratis anche sotto le bombe, è fatto così), avrebbe dovuto insistere perché Vannoni desistesse dall’invadere un campo per il quale non possedeva i requisiti richiesti dalla legge.   

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 Tanto premesso, il Tribunale ha ravvisato il fumus dei reati di associazione per delinquere (art. 416 cod. pen.), commercio o somministrazione di medicinali imperfetti (art. 443 cod. pen.), somministrazione di medicinali in modo pericoloso per la salute pubblica (art. 445 cod. pen.) e truffa aggravata (artt. 640, 61 n. 7 cod. pen.), respingendo la tesi dei ricorrenti della sussistenza a favore degli indagati delle cause scriminanti di cui all’art. 50 (consenso dello avente diritto) ed all’art. 51 cod. pen. (adempimento di un dovere derivante dalla legge o da un ordine legittimo della pubblica autorità), quest’ultimo asseritamente derivante dalla plurime ordinanze con cui diversi Tribunali nazionali in sede civile avevano accolto il ricorso degli istanti a potere eseguire o proseguire il trattamento con il predetto metodo presso strutture del servizio sanitario nazionale (164 di accoglimento totale e 43 di accoglimento parziale dei ricorsi).
Quanto al periculum in mora, il Tribunale ha ritenuto che la libera disponibilità delle cose di cui è stato disposto il sequestro presso gli Spedali Civili di Brescia comporti un pericolo concreto e attuale sia di aggravamento e protrazione dei reati per cui si procede sia di agevolazione

2. Avverso l’ordinanza (ndr del Tribunale del Riesame) hanno proposto distinti ricorsi l’indagato principale, Davide Vannoni e quali terzi interessati, i genitori di pazienti minorenni sottoposti al trattamento

2.1 Davide Vannoni deduce violazione di legge in relazione all’art. 51 cod. pen., sostenendo che la normativa vigente consente il prosieguo delle cure con il metodo Stamina presso gli Spedali Civili di Brescia, configurando un diritto in capo ai pazienti e a chi le cure deve praticare e al contempo determinando la sussistenza una situazione giuridico – fattuale scriminante rispetto alle già configurate o a future ipotesi di reato.

Segue l’indicazione dei ricorsi dei pazienti e delle relative impugnazioni. I ricorrenti ravvisano:

  • insussistenza del fumus dei reati provvisoriamente contestati e in particolare degli artt. 443 e 445 cod. proc. pen. conseguente ad erronea applicazione e interpretazione della normativa nazionale ed europea e ad ingiustificata attribuzione delle caratteristiche di potenziale nocività e pericolosità al metodo Stamina;
  • violazione dell’art. 51 cod. pen. essendo la prosecuzione del trattamento imposta da provvedimento dell’autorità giudiziaria civile;
  • violazione dell’art. 321 cod. proc. pen. per insussistenza di periculum in mora, dal momento che attrezzatura e materiale biologico risultano strumentali all’esecuzione di ordini legittimi adottati dalla pubblica autorità nel contraddittorio delle parti e non già alla protrazione, all’agevolazione o all’aggravamento dei reati;
  • violazione di legge e vizio di motivazione, attesa la totale assenza di effetti collaterali derivanti dal trattamento praticato sui pazienti;
  • violazione dell’art. 275 cod. proc. pen. e del principio di proporzione tra esigenze generali di prevenzione e salvaguardia dei diritti fondamentali dell’individuo.

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CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. Il ricorso presentato da Davide Vannoni deve essere dichiarato inammissibile per le ragioni di seguito esposte, mentre quelli degli altri ricorrenti appaiono infondati e come tali debbono essere rigettati.
  2.  Rispetto al momento dell’esecuzione del sequestro sono intervenuti, sul piano processuale, due fatti nuovi da cui discendono inevitabili conseguenze in punto valutazione della proponibilità stessa e dei limiti delle impugnazioni.

Con sentenza del 18/03/2015, il GIP del Tribunale di Torino ha, infatti, accolto la richiesta di Vannoni, concordata con il PM, applicandogli ai sensi dell’ad. 444 cod. proc. pen. la pena di un anno e dieci mesi di reclusione in ordine ai reati ascrittigli e che hanno legittimato l’imposizione del sequestro: come da informazioni di cancelleria, la sentenza non risulta allo stato impugnata, ancorché il difensore abbia all’odierna udienza dichiarato essere stato proposto ricorso per cassazione in corso di registrazione presso la Cancelleria Centrale di questa Corte. Attesa tale situazione, va allora rilevato che il ricorrente non ha fornito prova concreta della persistenza di un suo attuale e concreto interesse alla trattazione di questioni concernenti la competenza per territorio del giudice adìto o la sussistenza di cause di esclusione della responsabilità di reati la cui consumazione, accedendo al patteggiamento, ha sostanzialmente riconosciuto.
In applicazione della regola di cui all’art. 591, lett. a) seconda ipotesi cod. proc. pen., il ricorso del Vannoni va, pertanto, dichiarato inammissibile, con le dovute conseguenze di legge.

PRIMO FATTO NUOVO, verificatosi dal deposito dell’Ordinanza del Tribunale del Riesame di Torino, è il patteggiamento. Mi sono soffermato QUI.  Tale patteggiamento non fu impugnato. Risulta che la conditio sine qua non imposta dal P.M. prevedeva l’obbligo per Davide Vannoni a non impugnare la sentenza di patteggiamento e ritirare l’impugnazione davanti al TAR contro il parere del secondo Comitato Scientifico.

Per il P.M., Davide Vannoni AVREBBE PERPETRATO IL REATO se avesse fornito la prova dell’insussistenza della colpa mediante il ricorso davanti al TAR (è di dominio pubblico come lo sono le sue dichiarazioni). Per la Cassazione l’esatto opposto: Vannoni, avendo rinunciato a fornire la prova, HA AMMESSO LA SUA COLPA.

TIPICO ESEMPIO DELLA BEFFA DOPO IL DANNO, commentavano i ricorrenti. Da tener presente, e da non dimenticare mai, che i ricorsi contro il Tribunale del Riesame dovevano essere inoltrati in Cassazione tramite lo stesso Tribunale. Vannoni depositò il ricorso in data …….da Torino furono spediti a Roma solo dopo l’accordo tra Vannoni e il P.M.  Altro fatto che merita il dovuto chiarimento.

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 3.  L’altro fatto nuovo consiste nel disposto rinvio a giudizio da parte del GUP di Torino degli imputati che hanno optato per il rito ordinario, giusto decreto del 18/03/2015 acquisito agli atti al pari della citata sentenza di patteggiamento.

Tale evento esplica i suoi effetti sui ricorsi proposti dai ricorrenti non imputati, atteso che è giurisprudenza assolutamente costante di questa Corte di legittimità l’affermazione del principio che è improponibile in sede di riesame del provvedimento che dispone il sequestro preventivo la questione relativa alla sussistenza del fumus commissi delicti, qualora sia intervenuto il decreto che dispone il rinvio a giudizio del soggetto interessato (ex plurimis v. Sez. 5, sent. n.51147 del 02/10/ 2014, Figari, Rv. 261906; Sez. 5, sent. n. 26588 del 09/04/2014, Miserocchi,Rv. 260569), attesa l’ontologica diversità delle regole relative alle misure cautelari personali rispetto a quelle riguardanti le misure cautelari reali (Sez. 2, sent. n. 2210 del 05/11/2013, Bongini e altro, Rv. 259420; Sez. 5, sent. n. 30596 del 17/04/2009, Cecchi Gori, Rv.244476).

Il sequestro delle cellule, l’ho ricordato più volte, è stato inserito in un calderone che conteneva vicende di San Marino, di Torino, della Svizzera. Sarebbe stato doveroso distinguere le vicende per non addossare sugli uni le vicende degli altri. Sui pazienti che avrebbero manifestato effetti collaterali, pazienti non infusi a Brescia, mi sono già soffermato. Sui sanitari di Brescia (è di Brescia che bisogna parlare, qui sono stati curati i ricorrenti, qui sono state sequestrate le loro cellule): I SANITARI DI BRESCIA, COINVOLTI ESCLUSIVAMENTE NELLE INFUSIONI DI BRESCIA,  NON HANNO SOTTOSCRITTO ALCUN PATTEGGIAMENTO MA, CONVINTI DI AVER OPERATO CORRETTAMENTE SECONDO LA NORMATIVA VIGENTE, CONVINTI DI NON AVER PROCURATO EFFETTI COLLATERALI MA SOLTANTO MIGLIORAMENTI, HANNO CHIESTO L’ASSOLUZIONE PER NON AVER COMMESSO IL FATTO. NESSUN PATTEGGIAMENTO. IL GIUDIZIO È IN CORSO. LA CORTE NON HA TENUTO PRESENTE QUESTO PARTICOLARE FONDAMENTALE.

Un’ultima osservazione: il prof. Vannoni sapeva che, ontologicamente, patteggiare non è un’ammissione di responsabilità:

La sentenza con la quale il giudice applica all’imputato la pena da lui richiesta e concordata con il P.M., pur essendo equiparata a una pronuncia di condanna ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 445, comma primo, c.p.p., non è tuttavia ontologicamente qualificabile come tale, traendo essa origine essenzialmente da un accordo delle parti, caratterizzato, per quanto attiene all’imputato, dalla rinuncia di costui a contestare la propria responsabilità. Ne consegue che non può farsi discendere dalla sentenza di cui all’art. 444 cod. proc. pen. la prova della ammissione di responsabilità da parte dell’imputato e ritenere che tale prova sia utilizzabile nel procedimento civile” (Corte di Cass., Sez. VI – 3 Civile – Ordinanza 3 dicembre 2013, n.27071) .

Patteggiare in un processo penale non vuol dire ammettere la propria responsabilità. Questo chiarimento, che proviene da una sentenza della Cassazione, ha implicazioni pratiche ai fini della successiva richiesta di risarcimento del danno nei confronti del reo. Infatti, quando nel successivo giudizio civile la vittima del reato agirà (se agirà) per ottenere la condanna della controparte al pagamento dell’indennizzo, sarà tenuta a provare la responsabilità di quest’ultimo, non potendosi solo limitare a dedurre l’avvenuto patteggiamento. Insomma, il patteggiamento non costituisce neppure prova da utilizzare nella causa di risarcimento del danno ma è necessario portare, sul banco del giudice, altre prove a dimostrazione della responsabilità della controparte. E questa non è un’opinione.

Sull’efficacia terapeutica mi sono soffermato QUI. Non posso riportare alcun evento avverso occorso ai ricorrenti per il semplice fatto che non ne conosco. Lo stesso P.M., lo stesso Tribunale di Torino, la stessa Corte di Cassazione non ne hanno riportato neppure uno, al di là di enunciazioni su pericoli ipotetici e sulle ipotesi astratte di chi aveva manifestato la propria ferrea determinazione contro quel trattamento che, lo ricordo per l’ennesima volta, era riservato a pazienti con malattie a esito infausto, senza uno straccio di terapia!