La potestà genitoriale declassata – Il sacrificio di Isacco negli Stati “moderni”

Dopo queste cose, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: “Abramo, Abramo!”.

Rispose: “Eccomi!”.

Riprese: “Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, va’ nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò”.

Da sempre, al padre è stato riconosciuto un potere dispositivo assoluto. La sua potestà era assimilabile alla potestà sugli schiavi tanto che gli veniva riconosciuto il diritto di vita e di morte sancito fino ai tempi dei Romani (ius vitae ac necis).

Con l’Ellenismo e, soprattutto, con il Cristianesimo, l’assurdo rigore di tale potestà è stato totalmente ridisegnato. Si pensi alla parabola del Figliol prodigo ove la figura del padre risplende non certo per il rigore ieratico e giustizialista ma per l’affetto e il perdono.

Ne derivò il moderno diritto giustinianeo che cominciò a designare con l’espressione patria potestà qualcosa di affine alla moderna funzione del genitore di educare e proteggere la prole, modernizzazione cui si è giunti grazie alla convergenza, nei secoli, di legislazione e giurisprudenza.

Ma, improvvisamente, nei giorni nostri si sta riesumando l’antico e ripugnante diritto di morte. Cambia il titolare che non è più il genitore ma lo Stato.

Ricordate Charlie? I medici respinsero persino la supplica dei genitori che si opponevano alla decisione di ammazzare il figlio e chiedevano almeno di portarlo a casa l’ultimo giorno. Gli obiettarono che non era possibile poiché nel trasporto probabilmente si sarebbe aggravata la situazione clinica di quel bambino al quale loro, i medici, avrebbero staccato la spina  in ospedale il giorno dopo!

Che la deriva umanitaria sia giunta a tal punto è noto a tutti. Tutti i nostri figli, ormai, sono Charlie, alla mercé dello Stato.

Ricordate le cellule staminali di Brescia? Nel giudizio in corso contro i medici che non intesero patteggiare, giudizio totalmente ignorato dai media, è emerso che non si trattava di cellule pericolose o miscuglio di detriti, ma di cellule staminali vive e vitali. Eppure furono scippate, nel senso più autentico, poiché avrebbero potuto nuocere alla salute di “quei poveri bambini”. E tale “preoccupazione” per i “poveri bambini” figli di “genitori disperati” (le locuzioni virgolettate sono di coloro che caldeggiarono lo scippo), sventolata da alcuni ricercatori che contemporaneamente facevano ricerca nel medesimo campo scientifico, fu determinante nello strappo di quell’unica speranza sostituita dal vuoto totale. Quella vicenda tutt’oggi viene diffusa in tutto il mondo in maniera distorta grazie a giornalisti che non leggono i documenti e quei bambini, privati delle cellule e persino della saggia legislazione a favore delle cure compassionevoli, sono tutti morti ad eccezione dei pochissimi che beneficiarono di più infusioni con quelle cellule “pericolose”!

È sotto gli occhi di tutti ciò che sta succedendo sui vaccini. Il 22 febbraio 2014 Renzi è presidente del Consiglio. Viene visitato da Andrew Witty, il Ceo mondiale di GSK, al quale il neopresidente dice chiaramente che “considera il settore farmaceutico come strategico per l’Italia” aggiungendo che il farmaceutico è proprio “il futuro del nostro Paese”.

GSK e Novartis pongono le basi per lo strategico quartier generale veronese prevedendo investimenti di centinaia di milioni.

Nel settembre dello stesso anno presso la Casa Bianca si decide che l’Italia farà da “capofila per le strategie vaccinali”.

Lorenzin nello stesso anno (2014) apre la campagna pro-vaccini. Parla di 270 morti a Londra nel solo 2013 a causa del morbillo.

Una grave falsità visto che le fonti ufficiali governative britanniche avevano registrato un solo morto, un uomo di 25 anni, in seguito a polmonite acuta come complicanza del morbillo (che da solo non uccide mai). E così, su una epidemia inesistente riferita oltretutto a una sola malattia, è stato imposto l’obbligo di 10 vaccini che riguardano anche malattie non contagiose e malattie dalle quali l’Europa da anni è stata dichiarata free da Organismi Internazionali.

Ho già evidenziato che, sulle orme del diritto giustinianeo, nei secoli la convergenza di legislazione e giurisprudenza contribuì a “modernizzare” il concetto di potestà.

Il legislatore italiano, con la legge n. 151/1975, riconobbe a entrambi i genitori, anche se separati, “l’esercizio esclusivo della potestà sulla prole” cioè il diritto-dovere di partecipare all’adozione delle decisioni di maggiore interesse per i figli “con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale di essa”. La locuzione patria potestà venne sostituita da potestà genitoriale, uno dei primi segni di bigenitorialità che saranno affermati in modo pieno con la legge 54/2006.

La norma non indicava quali fossero “le decisioni di maggiore interesse per i figli”, ma, come viene riportato nella nota 11 a pag. 27 di questo documento del Consiglio Superiore della Magistratura“La lacuna fu colmata, almeno in parte, dalla giurisprudenza (il cui orientamento trovò l’avallo della dottrina), la quale precisò che ‘decisioni di maggiore interesse’ erano quelle in grado di incidere maggiormente nella vita del figlio (ad esempio quelle riguardanti indirizzo scolastico, educazione religiosa, trasferimento all’estero, terapia medica in casi particolari)”.

Per conformare il Codice Civile alle mutate istanze della coscienza sociale e recependo taluni obblighi internazionali, il legislatore italiano ha riformato il diritto di famiglia.

Con la Legge 12 dicembre 2012, n. 219 ha inteso rimuovere le discriminazioni ancora esistenti a carico dei figli naturali affermando l’unicità dello stato di figlio. Ha introdotto disposizioni circa l’ascolto del minore, nuove norme in tema di rapporto del minore con gli ascendenti, l’obbligatorietà della segnalazione di situazioni di disagio alle competenti autorità amministrative, la possibilità di riconoscimento dei figli nati da un’unione incestuosa atteso che tale riconoscimento risponda al superiore interesse del figlio.

Ma il legislatore delegato (il governo), travalicando le indicazioni del legislatore delegante, con il Decreto Legislativo 28 dicembre 2013 n. 154 eclissò la locuzione potestà genitoriale. All’articolo 7, comma 10, dispose la modifica della rubrica del titolo IX, ora intitolato Della responsabilità genitoriale e dei diritti e doveri del figlio.

La Legge delegante, invece (L. 219/2012), all’articolo 1, comma 6, aveva previsto la sostituzione del titolo IX in tal modo Della potestà dei genitori e dei diritti e doveri del figlio e all’articolo 2, comma 1, nella enunciazione dei principi cui si sarebbe dovuto attenere il legislatore delegato avrebbe dovuto provvedere, con decreto, alla unificazione delle disposizioni che disciplinano i diritti e i doveri dei genitori nei confronti dei figli nati nel matrimonio e dei figli nati fuori del matrimonio, delineando la nozione di responsabilità genitoriale quale aspetto dell’ESERCIZIO DELLA POTESTÀ GENITORIALE.

Nonostante il legislatore delegato ripeta più volte la locuzione potestà genitoriale, il legislatore delegato, invece, sostituì la locuzione potestà genitoriale con responsabilità genitoriale e cancellò qualsiasi riferimento alla potestà eliminandola dal Codice Civile e di Procedura Civile (articolo 709 ter), dal Codice penale e di Procedura Penale.

Da allora il sintagma responsabilità genitoriale sostituisce l’eclissato potestà genitoriale.

Le parole sono pietre, ammoniva Carlo Levi, e alcune delle disastrose conseguenze di tale arbitrio le ho riportate all’inizio. La potestà, arbitrariamente, passa allo Stato che la gestisce nel peggiore dei modi, come ai tempi antichi.

La potestà appartiene allo Stato, fanno eco certi giornalisti-opinionisti che occupano, le stesse persone, posti di rilievo in redazioni radicali, di destra e di sinistra, di tutto. Giornalisti al servizio del potere, oggi e sempre.

Persino uno dei consiglieri della ministra Giulia Grilli, partendo da tale errato presupposto e ritenendo cosa scontata che la potestà spetti allo Stato, sostiene“L’evoluzione giuridica e culturale ha, infatti, provocato una profonda revisione critica del concetto di potestà genitoriale sostituendolo gradualmente con quello di responsabilità. Sotto questo profilo andrebbe rivisitata la pratica dell’obiezione vaccinale che i genitori esercitano in qualità di legali rappresentanti e, quindi, nel rispetto del principio del preminente interesse del minore senza influenza di scelte e opinioni personali”.

Il consigliere, praticamente, insinua nella mente della ministra la certezza che ai genitori non venga più riconosciuta la potestà, che spetta allo Stato, ma la semplice responsabilità. Ne deriva che si possono tranquillamente ignorare le loro obiezioni circa le vaccinazioni. I genitori devono fare quello che dice lo Stato su suggerimento di case farmaceutiche e di alcuni scienziati che si spacciano per rappresentanti della “comunità scientifica”. I genitori incoscienti che fanno storie chiedendo esami ematochimici per stabilire se il proprio bambino è in buona salute, o di indagare se è in atto un processo infiammatorio, o se vogliono certezze che il proprio bambino da vaccinare abbia un buon equilibrio immunitario, o se chiedono di sapere se i fattori immunoprotettivi sono adeguati, o se chiedono di indagare se i propri figli sono già immuni, questi genitori vanno ignorati. Lorenzin aveva persino previsto che i bambini venissero tolti a tali genitori mediante lo strappo della potestà genitoriale.

Tutto ciò avviene in un Paese ove dopo 19 anni, nonostante interrogazioni parlamentari e raccolte firme, non è stata ancora attivata la Convenzione di Oviedo che, riguarda “la protezione dei diritti dell’uomo e la dignità dell’essere umano riguardo all’applicazione della biologia e della medicina”.

Una Convenzione che mira essenzialmente a proteggere l’individuo da ingerenze arbitrarie dei poteri pubblici. Basti citare l’art.5 che stabilisce “Un intervento nel campo della salute non può essere effettuato se non dopo che la persona interessata abbia dato consenso libero e informato. Questa persona riceve innanzitutto una informazione adeguata sullo scopo e sulla natura dell’intervento e sulle sue conseguenze e i suoi rischi. La persona interessata può, in qualsiasi momento, liberamente ritirare il proprio consenso”.

Eppure c’è chi propone di rivisitare l’obiezione della pratica vaccinale.